Siamo abituati a pensare l’apparenza come quello strato che occulta la verità di qualcosa, la sua sostanza, ciò che sta sotto l’apparenza stessa. In alternativa, si potrebbe definire l’apparenza, tanto percepita quanto comunicata, come l’atto di conferire all’esperienza un ordine e una ragion d’essere funzionale alle esigenze della vita pratica. Allora, apparire non è più soltanto indossare, per così dire, un abito, coprirsi di uno strato di finzione allo scopo di nascondere una mancanza, esaltare un pregio o persino inventarlo con l’inganno, ma è quella forma senza la quale la mia esperienza sfuggirebbe a ogni criterio di sensatezza. Pensato in questo modo, il Velo di Maya delle apparenze, piuttosto che un’aggiunta artificiosa alla realtà, si qualifica come la strutturale necessità di schemi, pregiudizi, abitudini, automatismi, che sono indispensabili all’esistenza; una sedimentazione progressiva di ricordi privato dei quali mi troverei ogni giorno davanti all’insostenibile, e per questo insensato, sforzo di imparare da capo tutto ciò che ho appreso lungo il percorso.

Per riprendere un’espressione che ho avuto modo di apprezzare, i pregiudizi – che qui diventano le apparenze – sono come il mare per i pesci: un ambiente vitale di cui quell’animale narrante che è l’essere umano ha bisogno per orientarsi nel mondo. Pretendere di rinunciare alle apparenze sarebbe come pretendere di rinunciare a respirare, a vivere.

L’apparenza, dunque, è una strategia di sopravvivenza che mi permette di anticipare, attraverso schemi e pregiudizi, abitudini e automatismi, la mia azione possibile sulle cose e l’azione che le cose possono compiere su di me. In questi termini, il mondo è sempre un’esperienza a metà tra verità e menzogna, una costruzione mai del tutto veritiera, un’ipotesi, che però produce conseguenze concrete e verificabili sul campo.

Sul piano pratico, questa modalità di intendere le apparenze implica una maggiore attenzione nel formulare giudizi avventati o superficiali, e invita invece a interrogarsi sulle motivazioni che spingono me e gli altri ad assumere, più o meno consapevolmente, un certo aspetto o comportamento. Questa attività di analisi, questa messa tra parentesi del giudizio nota come epochè, è del resto un esercizio che posso applicare in primo luogo su me stesso; è un cammino che risale le ragioni delle apparenze per aiutarmi a comprendere quali siano i bisogni che cerco di anticipare, quali le mie paure, quali le mie aspirazioni, quali gli aspetti di me che considero così scontati, indiscutibili e autentici, da non riuscire a vederli per metterli, quando serve, in discussione.

Si nasce sempre due volte: la prima subita, la seconda con la possibilità di essere cercata. Nel mezzo, l’infinito ciclo di andate di eterni ritorni, un infinito viaggio che si ripete e che a ogni ciclo trasforma ciò che sperimento nella persona che via via sto diventando.

Non c’è viaggio, infatti, che non acquisisca senso se non al suo ritorno. Sono le foto mostrate e raccontate, la narrazione prodotta, i ricordi ordinati in connessioni logiche e temporali a far nascere il viaggio che, diversamente, non esisterebbe se non nella forma spoglia e insignificante di una successione di accadimenti. Si potrebbe in qualche modo dire che nascere è ritornare, è ripercorrere consapevolmente i passi compiuti «riducendoli», come si fa in cucina, a significato.

Vista dalla parte opposta, quella cioè della partoriente, la nascita è, in effetti, correlata al concetto di «rendere uguale», ma anche «portare al di là», e ancora: «procurarsi», «creare», «ottenere», «inventare», «produrre». Come se, appunto, il germe di qualcosa o di qualcuno possa sbocciare completamente e venire alla luce solo se una persona, oppure un evento – in ogni caso, un catalizzatore come possono essere una madre o un mentore –, lo portano al di là della sua mera contingenza. Come se fosse questo atto di conversione, non più un andare ma un ritornare, a rendere infine quella cosa uguale a se stessa, a farla definitivamente esistere.

In questo senso, il tratto di strada che intercorre tra le due estremità – il punto di partenza e quello di ritorno – non è mai un’erranza o un errore, una deviazione sterile o priva di significato. Ogni vita personale è colma di deviazioni inaspettate e indesiderate, che però, bisogna ammettere, sono i precedenti dell’unica vera storia che stiamo vivendo. È per questi antecedenti che, come si dice, sono ciò sono.

«Io» non è nient’altro che questa oscillazione tra i due estremi, tra la prima e la seconda nascita. Detta altrimenti, «Io» è una rinascita. Posso incontrare il mio vero io – e con ciò intendo l’io che creo e di cui mi sento pienamente autore – soltanto in una conversione: vale a dire quando il giro di boa, per esempio intorno a una crisi o a un momento di difficoltà, si sta finalmente compiendo e, spesso a mia insaputa, mi sto dirigendo sulla via del ritorno.

Forse bisognerebbe sostituire all’espressione «io sono» un’altra espressione più calzante e dinamica, «io faccio». Esisto solo in quanto sedimentazione di un viaggio e delle esperienze che in esso si producono. L’«Io», utile nella vita pratica perché consente di gestirla e di dominarla, è piuttosto una sperimentazione aperta e, in un certo modo, inconcludente. È qui che la vita si colloca; ma, d’altra parte, è nella sua narrazione che inizia a esistere. Per questo si nasce due volte: la prima subita, la seconda cercata, la prima per affermare chi sono, la seconda per diventarlo.