Sia chiaro. Non voglio dire che un’impresa debba occuparsi ingenuamente di arte e di poesia. Anche se può finanziarla, adottarla, sperimentarne gli effetti e le potenzialità di marketing.

Arte e poesia sono un linguaggio. Sono uno strumento che serve all’esperienza per essere interpretata e comunicata. Sia per farne un diario e un tracciato di memoria, sia per elaborare quegli aspetti irrisolti che la vita di tutti i giorni tinteggia nel paesaggio interiore di ciascuno di noi. Allora, come dicevo, non è tanto importante adottare l’arte e la poesia come una suppellettile per fare «qualcosa di bello» (anche se del bello – va detto – c’è un gran bisogno). Né è importante adottare l’arte e la poesia a fini unicamente utilitaristici: per adombrare prodotti e servizi di un velo di nobiltà. Arte e poesia, piuttosto, rappresentano la possibilità di dilatare il vocabolario; di arricchire di sfumature i dubbi o le intuizioni; di tradurre in parole e comportamenti il patrimonio di esperienze archiviate e di immaginazioni future, che altrimenti restano sospese nel non-detto. E ciò che non può esser detto non può nemmeno esistere.

Insomma, poesia e arte servono all’impresa per fare l’impresa. Per impedire che essa si appiattisca sui dati, sulle certificazioni, sulle misurazioni, sulle procedure. Due sono essenzialmente le funzioni che stimolano: risolvere creativamente i problemi, dando loro voce e connessioni inedite; costruire scenari futuri in un mondo in cui l’impresa senta ancora di poter immaginare una propria evoluzione.

Pubblicato su LinkedIn, 03/03/2020

Stefano Francoli

Autore Stefano Francoli

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