Chi ama il proprio lavoro lo sperimenta quotidianamente: l’attività che svolge – letteralmente, l’essere attivi su un «problema»: una questione posta, un obiettivo gettato in avanti – rappresenta un esercizio sia operativo che di spiritualità; sia una produzione materiale che una costruzione di significato.

Da quando mi sono avvicinato alla «comunicazione non violenta» secondo Marshall Rosenberg, ho imparato a considerare gli obiettivi individuali come soddisfacimento di bisogni e desideri che stanno alla base dell’esperienza di qualsiasi umano. In altre parole, essi sono la rete di aspirazioni e necessità di cui ogni essere umano è essenzialmente costituito; di modo che non esistono bisogni individuali ma solo esigenze collettive che si manifestano nella vita individuale. Fatta salva questa premessa, è possibile allora pensare la vita lavorativa del singolo come un percorso di realizzazione di sé; e, allo stesso tempo, come rapporto tra la missione di vita individuale e quella collettiva. Questo perché, appunto, i bisogni dell’una sono compresenti nell’altra.

Orientato in tal modo, il percorso professionale si trasforma in un esercizio etico: cioè, un’attività consapevole che stabilisce rapporti tra sé e sé, tra sé e gli altri, tra sé e l’ambiente organizzativo nel suo complesso, con la sua storia e le sue specifiche finalità. «Ora et labora»: medita e sperimenta – si potrebbe tradurre in alternativa al pesante ammonimento «prega e fai fatica». Un motto che, una volta rivisitato, assolve il compito di linea guida per quelle organizzazioni che vedono nella fiducia reciproca e nel benessere collettivo la chiave adatta ad affrontare qualsiasi sfida, la sorgente per un vitalità che non si sottrae di fronte ai problemi qualsiasi essi siano. Dotati di un significato, oltre che un’abilità produttiva, si possono davvero superare molti ostacoli.

Pubblicato su LinkedIn, 07/09/2020

Stefano Francoli

Autore Stefano Francoli

Altri articoli di Stefano Francoli

Commenta