Alcuni pensano che i computer possano sostituire i matematici nella congettura e nella dimostrazione dei teoremi, altri no. Questo articolo affronta la questione:

https://www.lescienze.it/news/2020/09/09/news/computer_automazione_ragionamento_matematico_dimostrazione_teoremi-4788153/

Nel risvolto di un libro, “Le 5 equazioni che hanno cambiato il mondo”, si racconta che uno studente lascia il corso di matematica per passare a letteratura e la risposta dell’insegnante è che quello studente «forse non è abbastanza creativo per essere un matematico».

A un livello più pratico, la medesima domanda potrebbe riguardare il lavoro: l’organizzazione aziendale, e in ultima analisi la sua robotizzazione, potrà definitivamente sostituire gli umani, o ci sono in questi ultimi caratteristiche – come la visione, l’immaginazione, la relazione, la comunicazione, la capacità di connettersi e provare fiducia, e via dicendo – che sono irrinunciabili, inestinguibili?

E, a un livello ancora più profondo, si potrebbe cercare di dirimere la questione su termini ancora più essenziali: vale di più la capacità di dare risposte (e allora l’automatismo è la versione più efficace di questo assunto)? O vale di più quella di farsi domande? In un dibattito di qualche tempo fa, proprio su LinkedIn, la questione è rimasta insoluta.

Quello che trovo interessante è il commento di un matematico che chiude l’articolo di cui sopra: «Ammesso che i computer capiscano, non capiscono in modo umano». Come a dire che ciò che conta non è tanto se i computer saranno in grado di sostituire completamente il ragionamento umano, ma il perché dovrebbero farlo. Al di là dei criteri di efficacia ed efficienza, sotto questa affermazione, c’è una domanda sulla vita che lascia l’interrogativo inevitabilmente sempre aperto.

Pubblicato su LinkedIn, 11/09/2020

Stefano Francoli

Autore Stefano Francoli

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