Sala parto

Ero #assorto. Dopo la lunga attesa e le ultime fasi concitate del parto, la sala era rimasta in penombra, filtrata dalle aree di luce ancora accese sopra il fasciatoio. I medici l’avevano visitata per accertarsi delle sue buone condizioni di salute. Poi me l’avevano messa in braccio: cinquantadue centimetri di vita, altrettanto assorta, appena arrivata nel mondo.

Mi fissava con i suoi occhi azzurri, dritta e imperturbabile. Non piangeva. Non si agitava. Non si muoveva. Non sapevo cosa avrei dovuto provare di fronte a quell’evento non certo inaspettato, ma tanto inusuale da straniarmi da ogni forma di quotidianità – complice la sala parto che, nonostante le attrezzature colorate, stava come uno sfondo neutro e impassibile dietro a quell’esperienza.

Fu un istante infinito, quasi privo di linguaggio. Eravamo entrambi – la bambina e io – di fronte alla nudità della vita; faccia a faccia con un destino sconosciuto che ci avrebbe legati per sempre. Fu un infinito, pacato silenzio, rotto temporaneamente dalle voci distanti del personale che riorganizzava la stanza. Come se da quel momento in avanti lo spazio asettico dell’ospedale si fosse rimpossessato della sua indifferente, imperitura vacuità. La stanza si era svuotata di significato e sarebbe rimasta in attesa – per qualche ora o forse per qualche giorno, fino al parto successivo; un’altra avventura che avrebbe avuto suoni e umori completamente differenti.

Provai con timidezza a fare il primo passo. In fondo, non c’era nulla da imparare in quei quindici minuti di tempo completamente sospesi dalla realtà. «Come si chiama?» interruppe con dolcezza l’ostetrica che mi aveva guidato come una madre dentro il labirinto delle mie emozioni. «Anna» – dissi io. Era il suo primo nome, e lei, quasi a chiudere l’incanto, pianse.

Commenta