Il matrimonio

Era una bella giornata di maggio. Entrò nella corte del casolare con una bicicletta e una lunga tunica nera svolazzante, che lo rincorreva dietro il sorriso allegro e #compiaciuto. Una scena d’altri tempi, come non se ne vedevano dal giorno in cui la famiglia si riuniva per celebrare la domenica e il ritorno saltuario di quel figliolo, fattosi, di lì a breve, improvvisamente seminarista.

La giornata si affacciava su un matrimonio appena iniziato. Compiaciuto – si è detto – lo era: perché volgeva lo sguardo al giovane fratello innamorato. Quest’ultimo, impettito, incravattato, era un figurino nell’abito scuro gessato di un grigio sottile, quasi invisibile; il farfallino di colore bordeaux contrastava il volto dell’uomo ancora pallido per l’emozione. Tutti i pensieri erano per loro due; anzi per loro tre: uno strano intreccio nel quale l’amore aveva transitato più di una volta; e più di una volta si era ritorto contro gli amici di una vita. Poi la vocazione aveva sistemato le cose, con quei guizzi bizzarri che solo il destino sa riservare. E la strada di una ricomposizione, difficile a farsi, si era alla fine mostrata una semina ricca. Ora tuti e tre vedevano finalmente germogliare la grande fatica.

Il prete posò la bicicletta con il gesto teatrale di chi ha compiuto la sua più grande missione. Abbracciò uno per uno tutti i convenuti. E si sedettero. «Che la festa abbia inizio!», disse con la voce piena e tonante del capofamiglia. Soddisfatto, appagato di vedere la gioia ritratta sui visi dei suoi commensali, avrebbe presto lasciato il suo ruolo al suo giovane fratello, sodale e compagno di viaggio. Non vedeva l’ora: una volta tanto, si sarebbe finalmente goduto il riposo nella preghiera. Compiaciuto – neanche a dirlo – che l’opera grande fosse finalmente fatta: l’inizio di una nuova famiglia.

Commenta