La telefonata

Michele mi chiama da una città ferita. La sua solita voce ferma, scandita, ottimista, come se nulla potesse scalfire l’energia che gli viene da dentro. Neanche un cedimento, almeno in apparenza, di fronte alle preoccupazioni degli ultimi giorni.

Subito la sua voce mi incalza: qualche riflessione sullo stato dell’epidemia, qualche analisi. E poi giù: con un elenco di notizie che, per fortuna, hanno risparmiato la sua famiglia. Quel conoscente che incontrava di solito per strada e non può più avvicinare; quell’amica che non ha neppure fatto in tempo a infilarsi nel letto, e ha lasciato la sua casa già morta sopra la lettiga dell’ambulanza. E poi ancora: i compagni di una vita, che ha sentito nei giorni scorsi.

Io lo ascolto, non tento neppure di dare una risposta alle sue incertezze, se non con qualche cenno sonoro di assenso; giusto per fargli capire che sono qui, che non è solo.

Quando la telefonata si chiude, sono cambiato. La tristezza mi ha preso tra le sue braccia. Sono #costernato: desolato, dolorosamente sorpreso da ogni dettaglio di quella rapida storia; rammaricato per non potergli essere un amico migliore di quanto, per ora, sappia fare. 

Eppure sono grato. Quella voce ha rotto con delicatezza il velo che mi separa dalla verità: una qualsiasi verità, una possibile, una che non avevo ancora preso in considerazione.

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