Il frate

Entrò in un cortile pieno di sole. Dondolava nel suo saio di terra bruciata, così intonato alla carnagione scura vergata dal tempo sulla quale i capelli bianchi si illuminavano come tanti filamenti di una seta preziosa. Amavo guardare i suoi sandali, semplici e consumati. Mi suggerivano che il suo lavoro, il suo unico e vero lavoro, oltre alla preghiera, fosse la vita stessa.

Dietro il rumore di quei passi incedeva la sagoma una volta tonda, ora smagrita per i troppi anni trascorsi. Mia madre lo riconobbe e fece appena tempo, alla bene meglio, a ricomporre l’abbigliamento che aveva lasciato andare nel prendere il sole. Frate Tranquillo sorrise con una luminosa benevolenza, che si intonava senza soluzioni di continuità all’immagine francescana che avevo imparato a conoscere fin dalle scuole elementari – Francesco e il lupo ammansito, Francesco e il dialogo con gli uccelli; quegli episodi carichi di una pienezza chiara e leggera come l’aria, una presenza vitale. C’era nei suoi occhi la vocazione sincera per un’umanità fatta di anima e di carne; come se non disdegnasse, ma neppure si facesse inutilmente irretire dalla vista di una donna. E del resto, non era la prima volta che capitava per il pranzo e che non nascondeva di godere di un cibo, a detta sua, scarso in convento. Insomma, restituiva alla generosità di chi lo ospitava, il gusto della tavola e il calore rosso del vino.

Quella volta non ricordo – forse affaticato dall’età non nascondeva la pena di rinunciare all’abbondanza che per tutta la durata della nostra conoscenza aveva lasciato intendere di amare. Ma di nuovo fece il suo gesto: quello di pormi la mano ruvida, grossolana, consumata dalle stagioni, sopra la mia testa di bambino. Adoravo quell’istante. Sereno, terso, in uno stato di equilibrio privo di nubi, mi ricomponevo con la mia gioia interiore. Quasi che il sorriso di Dio sgorgasse nel mio in una pace che ancora devo trovare.

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