Ci vuole sempre una bella caduta per ricominciare. Anche per tipi poco coraggiosi come me, trovarsi con la faccia a terra ha il grande pregio di scompigliare i piani, di rattrappire le certezze e di riorganizzare i giochi da un’altra prospettiva. Nulla di nuovo, è un’esperienza che abbiamo fatto tutti.

Proprio di questo abbiamo parlato ieri, in un incontro tra formatori che si sono chiesti cosa avrebbero voluto tenere e cosa invece abbandonare rispetto alla vita pre-emergenza da Covid-19. La cornice del quadro che ne è uscito reclamava più umanità e contatti meno superficiali, più autentici. Dentro, la preoccupazione maggiore si è invece concentrata su una constatazione: nessuno aveva previsto, per questa situazione, un Piano B. Cosa che dovrebbe far pensare alla costruzione di ambienti di lavoro ripuliti da tutto quanto sia superfluo; e preparati a rinnovarsi anche a costo di mettere in gioco schemi ampiamente consolidati.

Questo però, secondo me, è il punto: cosa significa avere un Piano B? Privata da qualsiasi accezione religiosa, voglio fare riferimento a questo brano del Vangelo secondo Matteo come pratica di vita:

«Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? […] Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa di cosa avete bisogno».

Mt, 6, 25-32

Nel corso del nostro incontro ho proposto una cultura del limite e dell’incertezza. Una soluzione antifragile – come l’abbiamo in seguito definita – che considera il Piano B non come qualcosa di materialmente esistente, poiché le combinazioni cui dovremmo prepararci sarebbero infinite; ma, piuttosto, qualcosa di assente: una eterea leggerezza pronta a entrare in gioco laddove il vento avesse gettato all’aria tutte le nostre carte.

Se mi guardo alle spalle, ho percorso un lungo cammino cercando di eliminare tutto il superfluo che potevo individuare. Solide amicizie, conoscenza e tempo trascorso sia con me stesso che con le persone più care – sono le cose che mi sono rimaste; sono l’esilisir personale che mi sono via via distillato. E questo perché, ritengo, siamo abitatori dell’incerto. Troppo spesso i progetti – che pure sono la dorsale necessaria a sostenere qualsiasi percorso di vita – ce lo fanno dimenticare.

Gli abitatori dell’incerto sono quelli che viaggiano con mappe concettuali leggere e malleabili. Pochi punti saldi in un mare di linee in continuo movimento; come una linea improvvisata di blues che si contorce su un numero fisso di accordi e di battute – e per questo emette il suo straordinario tema musicale. Dopodiché, io credo, non c’è da illudersi: siamo tutti apprendisti, siamo tutti cercatori di un senso che non c’è ma seguitiamo a edificare. Al contrario di molti giochi, però, chi ha meno punti possibile qui rischia qualche volta di vincere.

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