Quando svolgo lezioni sulla comunicazione non rinuncio mai a mostrare un video con Celeste Headlee, giornalista dell’emittente radiofonica NPR, che suggerisce 10 regole per migliorare la conversazione. Ancora prima che ai miei studenti, questa carrellata è utile a me; né manca quasi mai di sorprendermi e di farmi riflettere ogni volta che la riguardo.

Andare con il flusso è una delle considerazioni di quel video che mi ha fatto pensare di più. Ripercorrendo le mie modalità comunicative, infatti, mi sono reso conto di quante volte, nel bel mezzo di una conversazione, mi attardi sui miei pensieri e prenda strade così diverse rispetto all’argomento trattato da farmi all’improvviso risuonare le parole del mio interlocutore come prive di significato. Si potrebbe dire, da un lato, che smettere di andare con il flusso equivale a prendere una via alternativa: forse più confortevole o interessante; forse perché alcune parole sono, in momenti precisi, interruttori di ragionamenti che erano rimasti in sospeso e che, improvvisamente, ci convocano e ci chiedono di essere ascoltati.

Per altro verso, però, smettere di andare con il flusso equivale a costruire un’immagine del discorso rispondente alle proprie esperienze e alle proprie aspettative: come dire, un quadro di senso che sia coerente con gli eventi che mi attraversano e che aspettano di essere integrati nella definizione della mia identità. Esisto solo nella misura in cui comunico; solo nel momento in cui ciò che sperimento prende finalmente forma in un paesaggio che riconosco come sensato, familiare, e perciò linguisticamente rappresentato. Ma si tratta di di un’immagine, appunto; quando invece andare con il flusso è l’essenza di un’azione.

L’incapacità di seguire il flusso vitale della conversazione – potremmo dire: il contatto empatico, in continuo divenire, con chi mi sta di fronte – è il segnale di una condizione esistenziale ben più profonda. Organizzato nella parola, infatti, l’essere umano è quell’animale che, attraverso di essa, ritarda l’immediatezza della vita per trasformarla in un’immagine comprensibile e maneggevole; un’immagine, cioè, che gli permette di ricavare dagli eventi un argomento logico con il quale controllarli.

Per quanto mi riguarda, da tempo sento l’esigenza di esercitarmi altrimenti. Ritengo che la comunicazione, ancora prima di essere uno strumento efficace di relazione, sia una via di ricerca per accedere alla comprensione di sé; o, se volessimo dirlo in una maniera più filosofica, per accedere al cuore dell’esistenza. Non si tratta qui – come purtroppo invece sembra spesso accadere intorno a noi – di rinunciare alla funzione del linguaggio e, dunque, del pensiero; di dare sfogo all’immediato vocabolario della pancia. Al contrario, comunicare è la chiave per entrare in quelle immagini e smontarle; per lasciare in mostra, una volta che le immagini sono state scarnificate, soltanto le azioni (e le rel-azioni) – il flusso – di cui la vita consiste. Confucio ha dato una mirabile versione di questo impegno in una frase che non lascia scampo:

Abbiamo due vite: la seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una.

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