Mi ritengo fortunato. Abito uno spazio in cui la presenza della natura è ancora forte; o quantomeno lo è il rapporto che l’insediamento umano ha con essa. La campagna, fatta di colline e di boschi, immerge le case in un paesaggio rurale. Così, quando voglio prendermi cura di me stesso, esco a passeggiare lungo la strada che si insinua in questa piccola conca di mondo; e osservo i cambiamenti delle stagioni, l’evoluzione dei colori e delle forme, il sottile vibrare della luce che si arricchisce di un calore bonario mentre i mesi avanzano verso l’estate.

Abito, dunque, un paesaggio di bellezza. Ma, come per la verità, anche per la bellezza è difficile definire un canone che attraversi immutato lo spirito dei tempi. Se come racconta lo Sefer Yetzirah – il libro cabalistico della creazione – Dio ha dato origine al mondo attraverso parola numero e scrittura, allora ecco che il numero, pitagoricamente parlando, assume la connotazione di una bellezza eterna; qualunque sia il significato che a quest’ultima attribuisce il panorama culturale del proprio tempo.

Numero, cioè rapporto e proporzione, è il criterio con cui, a prescindere dai gusti estetici contingenti, la bellezza emerge come qualità inestinguibile del creato. Dal punto di vista semantico, rapporto riconduce a relazione. Cosicché è bello ciò che dei rapporti manifesta la presenza e la misura. E se noi giudichiamo «bellezza» questa presenza di relazioni, forse è perché essa ci restituisce la testimonianza vivente del nostro rapporto con le cose; la relazione tra umano e umano, individuo e collettività, umano e natura.

Leggere dentro e attraverso la bellezza, in altre parole, ci riconduce alla connessione primaria con l’esistente. Ci colloca in uno spazio e in un tempo retto da interdipendenze. Ci ricongiunge a un respiro (anch’esso ritmo, e cioè rapporto) che va oltre la nostra isolata singolarità. Ci salva dall’illusoria pretesa di bastare a noi stessi.

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