La casella di posta si affolla di messaggi. Ma quegli auguri, lo sappiamo, il più delle volte hanno lo scopo di farsi ricordare: di dire a chi li riceve «ehi, ci sono anch’io!». Poi viene l’obiettivo di far ricordare prodotti, servizi e occasioni imperdibili. In quelle grandi realtà anonime dove nessuno sa chi ha l’ultima parola, forse la finalità commerciale degli auguri prende il sopravvento. Ma basta scendere nel concreto delle vite individuali, nel loro tentativo di esistere e di affermare nel mondo anche solo un pezzettino di sé, per vedere che sotto qualsiasi motivazione c’è quella più radicale: aggrapparsi alla vita. Questa almeno è la mia opinione.

E così, è sempre con un certo imbarazzo che invio gli auguri di Natale. Fino a pochi anni fa rifiutavo questo rito; oggi tento di trasmettere con sincerità la mia intenzione.

Perciò, veniamo al punto. Svolgo uno di quei lavori immateriali in cui essere ricordato accende una speranza per il futuro. D’altra parte, conosco personalmente quasi tutti i miei lettori. E allora non è difficile trasformare le parole in un pensiero di affetto che ho voglia di condividere.

Aggiungo che quest’anno, per un incarico cui ho tenuto molto, ho scritto un componimento intitolato Canto del dono: un madrigale che accompagna, insieme al lavoro artistico di un mio compagno di viaggio, un profumo da regalare a Natale. Se sia giusto utilizzare l’arte nella sfera dell’economia, è una domanda che continuamente mi pongo. Parto dal presupposto che molte opere – in particolare quelle figurative e monumentali – di cui oggi possiamo godere sono nate quasi sempre per comunicare potere e denaro. Ma mi dico che un’arte distaccata dalla concretezza della vita non alcuna ragione d’essere.

Spero dunque – o mi illudo, a voi la sentenza – che trasmettere la bellezza del palpito umano nei prodotti del lavoro possa aiutare a ricordarci meglio chi siamo. Anzi: a indirizzare il lavoro stesso oltre l’orizzonte, verso la realizzazione di una più piena umanità.

In fondo, il poeta non è diverso da chi svolge una qualunque altra professione. Cerca di non farsi dimenticare. Io, consapevole della mia limitatezza, provo a trascendere le contingenze per gettare uno sguardo nel cuore del problema.

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Canto del dono

Tu che hai gettato su un tavolo immenso
grovigli di giorni e memorie:
ricordi qual era il tuo senso,
o sono solo matasse di storie?
Se da quei fili ricuci una trama
puoi risalire al tuo vero valore:
c’è ancora un mondo, e ti chiama
come un profumo che genera amore.
Si riempie la casa di una preghiera,
il canto del dono si avvera.
Ritorna a battere un cuore ancestrale:
– senti! – sei tu quell’essenza che sale.

2 dicembre 2019

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