Ho attraversato giornate nelle quali il senso delle cose – di ciò che vivo e faccio – sembra a un tratto andare in frantumi. Una sensazione di confusione cancella il mio orizzonte di riferimento e mi sembra di navigare in acque sconosciute, senza una mappa che mi possa traghettare verso rive sicure.

Convivo da molto tempo con l’incertezza e il costante ripensamento delle mie convinzioni. Ma, nel corso degli anni ho elaborato un metodo che mi consente sia di rispondere a queste transizioni sia di governare i periodi di cambiamento. Ogni volta che mi trovo in acque profonde provo a ridefinire, per mezzo delle parole, il significato dei concetti con cui descrivo la mia esperienza. Si tratta di un esercizio di immaginazione: cosa succederebbe se quel particolare concetto cambiasse di senso, cioè di relazione rispetto agli altri, all’interno del contesto?

Un esempio – che credo possa rendere l’idea – riguarda il modo in cui ho riprogettato il mio percorso professionale. Qualche anno fa mi sono avvicinato alla comunicazione non violenta secondo Marshall Rosenberg, e al ruolo che in essa assumono i bisogni umani fondamentali. Tra i bisogni che implicitamente popolavano i miei discorsi, il più ricorrente era quello di senso. Ed è stato mettendo al centro la parola «senso» e il suo campo di relazioni che il linguaggio con cui mi descrivevo ha iniziato a cambiare, insieme alla mappa concettuale con la quale mi ero fino a quel momento rappresentato.

Questo processo funziona ancora meglio se si supera un pregiudizio radicato nella nostra cultura. Fin dai primi anni di vita veniamo a educati a concepirci come individui separati dal mondo circostante: da una parte il soggetto che agisce, dall’altra l’oggetto che subisce. Così, se sono insegnante, ci sarà dall’altra parte l’oggetto-studente; se sono medico, l’oggetto-paziente (lo dice anche il nome!); se sono scienziato, l’oggetto-natura; e persino se sono uomo, l’oggetto-donna, e se sono donna l’oggetto-uomo cui contrappormi. In un’interessante e godibile conferenza sul pensiero di Martin Heidegger, il filosofo Adriano Fabris mostra, invece, che cosa comporterebbe pensare a partire non dalla separazione ma dalla relazione. Non esistono soggetti e oggetti, se non nelle rappresentazioni astratte che ci siamo costruiti a fini pratici. Costruzioni certo utili, ma che ci impediscono di percepire le cose – e noi con esse – come crocevia di significati; come storie intrecciate in continua evoluzione.

Siamo tutti cercatori di senso. Tutti noi siamo intenti a soddisfare quel bisogno che ci porterebbe altrimenti a restare impotenti di fronte alla vita. L’operazione che vi propongo richiede di interrogare e sospendere nel dubbio le proprie illusioni e credenze, per mettersi in relazione al puro dato di esserci. Qual è, allora, la storia che da esso emerge: quale l’insieme di connessioni, e di parole, che lo costituiscono? È nella rielaborazione – mai conclusa – di queste parole che germinano i semi del futuro. Forse non cambiano le cose; ma se cambia la descrizione che ne diamo, si modifica a fondo il nostro rapporto con esse. «Futuro», allora, diventa l’espressione per raccontare i significati ancora inesplorati che la rete invisibile del mondo ci riserva.

Commenta