Nell’estate del 2019 ho partecipato a un convegno di filosofia in onore dei 90 anni di Emanuele Severino. Come temevo, quella prima giornata – che mi ha scoraggiato a proseguire l’esperienza – si è concentrata su particolari talmente dettagliati da risultare incomprensibili a chi non fosse un tecnico delle scienze filosofiche. Ma la stessa sorte accade, non di rado, a qualsiasi tipo di questione che, in qualche modo costretta dalla complessità dell’argomento (sia esso politica, economia, innovazione tecnologica, salute, o altro ancora), scivola nello specialismo e antepone il funzionamento delle cose di cui si parla al perché se ne parla. Per esempio, un’informativa sulla privacy tutela la libertà e la scelta di cedere i dati personali. Ma non credo che, a monte, si ponga la domanda su cosa intendiamo per «libertà» o per «scelta», e perché ne dobbiamo discutere. Il nostro tempo è dominato dal dire come si fanno le cose e non dal capire il loro perché.

Nel corso degli Anni ’80 del Novecento, il movimento Slow Food si è posto la questione del «perché» in relazione al cibo: «Si iniziava dalla tavola, dal piacere garantito da convivialità, storia e cultura locali, per arrivare a una nuova gastronomia che presuppone anche una nuova agricoltura dove la sostenibilità (ambientale e sociale) è imprescindibile» (cit.). Non voglio ragionare se anche Slow Food, diventato movimento globale, abbia finito per specializzarsi e aggrovigliarsi intorno alle maglie dei dettagli. Probabilmente è successo. Ma, a maggior ragione, questo mi ricorda quale sforzo sia richiesto per continuare a portare in superficie, negli argomenti di nostro interesse, le domande veramente essenziali: a cosa serve tutto ciò, perché lo vogliamo fare, e – non ultimo – che senso ha, a sua volta, porsi queste domande?

Se esiste uno Slow Food per il corpo, credo possa esserne riscoperto uno per la mente. Spazi di dialogo e di formazione raccolti, sentiti, concreti, interessati a comprendere e a trasformare i contorni, più o meno estesi, del nostro quotidiano. Uno «slow food del pensiero»: una convivialità che non risolve i problemi, ma li rende materie prime di consapevolezza, da cui ognuno trarrà le ricette adatte al proprio contesto. La convivialità di cui parlo – già Dante aveva fatto uso di questa metafora – rende i limiti personali un gustoso cibo per l’anima con cui nutrire vicendevolmente se stessi e gli altri. O, per citare ancora Slow Food: «un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento».

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