Sabato 21 gennaio abbiamo chiuso con un Cookie Party, condotto da Mamma Marissa, la raccolta fondi per la Borsa di studio Thanksgiving aperta lo scorso novembre in occasione della Cena del Ringraziamento. Il Cookie Party è stato soprattutto un gioco e una festa durante la quale abbiamo preparato con Marissa tre tipi di biscotti: tra questi i ginger snaps, il simbolo del nostro Thanksgiving con cui siamo soliti contraccambiare le donazioni in favore della borsa.

Visto il profondo interesse che nutriamo per il tema, a chi ha partecipato abbiamo chiesto di definire che cos’è la comunità. Vari e commoventi sono stati i contributi che abbiamo ricevuto e che hanno dimostrato, se mai ce ne fosse bisogno, quanto comunità sia una parola complessa e per nulla banale quando è vissuta intimamente con tutto quello che comporta. Personalmente vedo la comunità come il luogo in cui si imparano ad ascoltare i bisogni: quelli altrui; ma anche i nostri che non di rado, almeno nella mia esperienza, la frenesia del quotidiano permette di osservare solo in superficie.

Qualche anno fa, ho sentito un amico – Alex, verso il quale mi muove una profonda stima – definire la comunità come un riduttore di complessità; un trasformatore, mi viene da dire, capace di dare senso a chi siamo e al cammino che che vogliamo intraprendere. Ciò significa essenzialmente stare insieme e dialogare per condividere le rispettive storie, narrate e ascoltare con la fame che hanno i bambini quando devono dare senso a ciò che li circonda.

In fondo, se parlo della comunità come di un luogo di apprendimento dell’empatia, non faccio a mia volta che parlare di una storia, la mia e di Marissa, in cui connettersi equivale a capire, esprimere e far emergere se stessi; cioè quello che fuori da una storia non è possibile immaginare.

È così, io credo, che aziende, gruppi, organizzazioni diventano progetti di comunità, luoghi in cui si coltiva l’identità e la potenza di essere umani.

Commenta