Da mio nonno materno ho ereditato il godimento della merenda. Quel tipo di «merenda cenoira» – come viene definita in questo angolo di Piemonte che abito da oltre cinquant’anni – nella quale l’esperienza del cibo si intreccia in maniera indissolubile a quella della relazione. La merenda, che prende corpo nel tardo pomeriggio per inoltrarsi fino a sera, ha spesso un carattere del tutto improvvisato che, proprio per questo, le conferisce quel sapore di evento irripetibile. Lo spirito conviviale che l’attraversa nasce da un sentimento di profonda comunione, che si riverbera nelle confidenze, nelle discussioni, talvolta anche accesse, nell’ironia e nel canto, alternativamente umoristico, commovente o dissacrante.

Quando ho avviato il mio progetto di ricerca, ho scelto il nome Nutrimenti proprio ripensando a questa fenomenologia della merenda. La ricerca della consapevolezza, per quanto mi riguarda, non è che un nutrire insieme l’anima e il corpo; un piacere che va ricercato come pratica per una vita felice: perché, secondo l’espressione di Epicuro, «non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità» (Epicuro, Lettera a Meneceo, 132).

Nutrire insieme l’anima e il corpo, dicevo. Intendendo con ciò sia l’unità di queste due parti, che la nostra cultura ha separato, sia la necessità di compiere questo passo insieme agli altri. Se evochiamo l’origine della parola «consapevolezza», possiamo dire, infatti, che sono con-sapevoli coloro che «sanno insieme»; che si dispongono, appunto, l’uno con l’altro a questo atteggiamento di ricerca; e che riconoscono nel dialogo con l’Altro l’evento necessario senza il quale la consapevolezza non può compiersi.

Ma è altrettanto con-sapevole chi ha la pazienza di mettersi in relazione con gli eventi della propria vita per costruire un senso dell’esistenza. La consapevolezza, dunque, non è una quantità o una ricchezza cumulabile; e non è una competenza in senso stretto, replicabile con la promessa di qualche metodo e di qualche certificazione che ne possa comprovare i risultati. Essa è piuttosto la qualità di presenza che consente di raccordare in un quadro coerente persone ed eventi altrimenti dissonanti, disarmonici, tra loro disarticolati.

C’è dell’altro, però. Perché l’etimologia di «consapevolezza» rimanda, al duplice significato del sapere: da un lato il senno e il giudizio, la capacità di intendere e di conoscere; dall’altro, la vicinanza al sapore; al punto che il greco sophòs – il quale diventa philo-sophòs, l’amante del sapere – non è soltanto il saggio ma, in senso più esteso, l’uomo dal gusto fine; con l’estensione semantica che il «gusto», in tal senso, comporta. E ancora più a fondo, la radice sap- di sapere è uno slittamento dell’indoeuropeo sak-. Quest’ultimo, con il significato primordiale di scorrere (da cui deriva, per esempio, la parola succo) ci ricorda lo scorrere dell’esistenza; quel fluire che, nelle merende con cui questa riflessione è cominciata, mette insieme le inondazioni del vino, delle emozioni e della vita stessa.

È interessante vedere come si chiude, nel dizionario etimologico, la voce sapere. «Questo vocabolo, osserva argutamente il Manno, dalla bocca salì al naso; quindi l’odore corporeo passò a significare odore incorporeo; e con altra corta salita si trovò alloggiato nella reggia del cervello ad esprimere tutto ciò che si apprende colla mente». Ma – chiude il passo – «il sapore partito dalla lingua deve alla lingua ritornare; e chi non può esprimere bene quello che sa, è quasi come non sapesse».

In altri termini, la consapevolezza è un percorso di andata e ritorno, dal corpo al pensiero e dal pensiero al corpo. Ma è solo nel potere delle parole che essa si realizza, poiché vivere pensare e comunicare sono un unico atto con cui l’esistenza prende forma e coscienza di sé.

Stefano Francoli

Autore Stefano Francoli

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