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Ogni volta che ascolto questa canzone, Cosa sarà, ricevo una sensazione ambivalente: di pienezza e, insieme, di fragilità verso le esperienze della vita. Quasi che tutte le metafore impiegate nel testo cercassero di rispondere a una domanda che pare scomparire tra questi versi:

Cosa sarà
che ci viene a cercare
che dobbiamo cercare.

Cosa sarà (Lucio Dalla, Rosalino Cellamare, 1979)

Di fronte a eventi imprevedibili e straordinari – quegli eventi che segnano cambiamenti spesso drammatici e, in ogni caso, inattesi – cosa sarà è la domanda, ma allo stesso tempo il tentativo di risposta, che incarna l’essenza più profonda della filosofia: il senso di angosciante meraviglia e di disorientamento che rompe gli schemi conosciuti; e che annuncia sia il bisogno di certezze sia la possibilità di liberarsi da queste ultime, proprio in virtù del vuoto che quel bisogno provoca, per scoprire una via alternativa e più promettente adeguata a interpretare la nostra personale scommessa su cosa significa esistere.

Paolo Dordoni, nel suo libro Il dialogo socratico (Apogeo, 2009), esordisce descrivendo la difficoltà di questa ricerca e richiama, a tale proposito, le celebri parole di Socrate: «so di non sapere». Parole però che non rappresentano un punto stabile da cui partire per dare risposta alla più problematica delle questioni: «conosci te stesso»; anzi, è nei momenti difficili che tale questione si fa sentire con maggiore insistenza e rivela la strutturale inadeguatezza di qualsiasi pretesa definitiva di soluzione. Piuttosto, so di non sapere è la constatazione di come – cito dal libro – «ogni ricerca […] nasca da un interrogativo di fronte al quale ci troviamo impreparati, un interrogativo che non necessariamente viene da noi stessi».

La poesia, che rende così vibranti i versi di Lucio Dalla, trae la sua intensità proprio da questo interrogativo di fondo; lo rende, in qualche misura, palpabile ed evidente senza mai pronunciarlo; se non – come accade in Cosa sarà – nell’estratto che abbiamo sopra ricordato.

Una poesia analoga la vedo emergere dalla foto che mio figlio Valentino ha scattato qualche giorno fa. Il titolo è suo: solitudine al presente. Perché credo che dietro la sua spensieratezza si affacci continuamente l’indagine su cosa stia accadendo a se stesso (in questa fase di passaggio all’adolescenza) e a tutti noi, così fragili e impreparati ai sussulti che smuovono le certezze sulle quali credevamo di poggiare.

Se c’è una cosa che ho imparato scrivendo poesia è proprio questa: accogliere i movimenti turbolenti della realtà, esterna o interna che sia, per comporli in un equilibrio fragile e fluttuante, che può essere ogni volta riletto, reinterpretato alla luce dei nuovi avvenimenti. La tentazione che ogni poesia sia conclusa e definitiva, anche nella sua struttura formale, è in me sempre presente. Ma, così come le parole di un componimento poggiano su un’armonia precaria, allo stesso modo è proprio quella precarietà che gli dà respiro; che la consegna alla vita.

In altri termini, è la mutevolezza delle cose che ci invita a cogliere con la leggerezza necessaria quel che invece vorremo solido, ma, così facendo, tombale. Spogliarsi delle certezze è un esercizio di povertà che mostra ricchezze insospettate, precluse a chi non si chiede più:

Cosa sarà
che ti fa comprare di tutto
anche se è di niente che hai bisogno.
Cosa sarà
che ti strappa dal sogno.

Stefano Francoli

Stefano Francoli

Aiuto a chiarire l'identità di persone e aziende, a dare senso e parole alle nostre storie.

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