Ricordo il mio incontro, tutt’altro che piacevole, con Guernica. La pagina di qualche libro mi aveva aperto le porte al mondo di Picasso. Quel dipinto, urlante e sgangherato, non corrispondeva affatto al desiderio di armonia che cercavo nell’arte; e solo più tardi, in anni tutto sommato recenti, ho iniziato ad apprezzare il suo linguaggio primitivo, che parla in maniera essenziale dei sentimenti più terribili dell’essere umano.

Riguardandolo a distanza di tempo, la sensazione che ho avuto è che Guernica incarni con un’estrema attualità la metafora della guerra attraverso la quale viene raccontata l’esperienza del Covid-19. Dolore, inquietudine, distruzione, annichilamento, morte – sono tutti concetti che Picasso – raffinato e redivivo interprete del presente – ci mette negli occhi con una spietata evidenza.

In un articolo apparso su Internazionale, Annamaria Testa ha invitato a modificare il racconto di questo dramma collettivo. Sostituendo la metafora della guerra con una che suggerisca collaborazione e cooperazione (come una «tragedia» o una «tempesta»). Ma la sensazione che una guerra sia in corso forse è data da un sentimento più grande di noi. Un sentimento che richiama lo scontro tra due categorie di pensiero, «natura» e «cultura», mai come oggi inconciliabili e destinate a una fragorosa frattura. In gioco c’è la negazione del paradigma di vita moderno. C’è la constatazione – se ancora ce ne fosse stato bisogno – che i limiti esistono; e che la morte, limite di tutti i limiti, non può essere esclusa dal vocabolario della modernità per affermare che qualsiasi impresa, qualsiasi innovazione, in una parola, qualsiasi dominio sulla vita è possibile.

A distanza di due millenni, è la filosofia di Seneca a soccorrerci e a fornirci un prezioso insegnamento. Seneca ci dice, infatti che alcune cose accadono per necessità, altre per caso, altre ancora perché sono sotto il nostro controllo. È bene non trascurare queste ultime. Scegliere, immaginare, costruire. Sono tutte azioni indispensabili per quello che un amico, al telefono, mi ha descritto come l’impegno a «onorare la vita».

Ma, per parafrasare il motto secondo cui «non di solo pane vive l’uomo», l’azione è saggia quando è accompagnata da altrettanta riflessione. Dopo aver vissuto eccitati per decenni, tra mille progetti e speranze di comandare la sorte, forse dovremo consegnare una parte di noi al caso e al destino. Non per assecondarli passivamente. Ma per organizzarli in un ritmo. Per diventare, come in Guernica, artisti, costruttori di armonia: che trasformano l’angoscia della vita in una pratica consapevole dei suoi limiti.

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