Ho trascorso una parte considerevole della mia vita nel tentativo di rispondere a un profondo desiderio: quello di lasciare un segno, di rendere in qualche misura il mio lavoro e le mie parole una memoria che andasse al di là di una meta occasionale. Ma ho dovuto scontrarmi con un temperamento, il mio, certo persistente e testardo e tuttavia non a sufficienza determinato per raggiungere gli obiettivi che mi ero proposto. A dire il vero, quegli obiettivi, che apparivano in un primo momento ben circoscritti, finivano spesso per diventare una rappresentazione confusa e un traguardo cui forse non ritenevo davvero di poter arrivare.

La crisi che ho attraversato nella prima maturità ha posto un freno a tutto questo. Un freno, devo ammettere, brusco e imprevisto che mi ha denudato mostrandomi senza ritegno l’evanescenza dei miei propositi. Ma quella stessa crisi è stata anche un’opportunità per illuminare di luce nuova le facce nascoste della mia esperienza. Ora, infatti, iniziavo a dare forma e parole ai miei autentici bisogni, cioè a quella parte di me che un cieco desiderare, per nulla progettuale, aveva occultato.

È in questa situazione di apparente stabilità – apparente perché tacitare in superficie i desideri non può che essere una soluzione del tutto provvisoria – che mi sono interrogato a lungo su come confrontarmi con la natura, appunto, del desiderio. Come ogni questione che abbia a che fare con i fondamentali della natura umana, ho ravvisato nella conoscenza arcaica ma assolutamente attuale del mito una possibile risposta. Nella fattispecie, il mito che ho preso in esame è quello di Eros e Psiche. In breve e con una personale interpretazione metaforica: Eros si innamora di Psiche in maniera involontaria e tale da vivere la passione nel buio degli istinti; è solo attraverso una serie di prove, con cui Psiche è chiamata a confrontarsi, che il rapporto tra gli amanti emerge in piena luce, trasformandosi in una relazione matura consapevole e, soprattutto, intenzionale.

Per parafrasare il mito, solo quando la conquista del desiderio cessa di essere l’obiettivo primario del mio percorso, io posso impiegare il desiderio stesso come forza motrice e trasformativa dell’anima; solo così posso utilizzarlo intenzionalmente, anziché esserne usato e sottomesso. Ancora riferendoci al mito, ma cambiando il punto di vista, potremmo dire che il desiderio è un bisogno, una mancanza che si è messa intenzionalmente in movimento.

Gustav Klimt sembra quasi aver raffigurato questo passaggio in un’opera intitolata L’albero della vita. Alla rigida figura che campeggia sulla sinistra del dipinto e che pare voler piegare al proprio egoismo la potente natura del desiderio, subentra la pienezza di un abbraccio caldo e vitale che, in fondo, è un abbraccio con la parte sconosciuta di sé. Come se Eros, inteso nel suo significato più cieco e passionale, avesse percorso il giardino della conoscenza e avesse infine ceduto il passo a un più meditato desiderio, capace di osservarsi mentre accade agisce ed evolve. È in questa forma auto-consapevole del desiderio che m’immagino di poter scoprire una possibile via di equilibrio tra il contentarsi e l’ambire a nuovi progetti. Ma già Eros, nel nome, anticipa la risposta: quando, con il connotato di «amore», lascia intendere che la sua ricerca è destinata a più elevati sentimenti.

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