Ho 50 anni. Quando ho dovuto ricorrere all’intervento di una psicologa per aiutare mio figlio in una vicenda scolastica, ho dovuto affrontare il tabù su questa professione che la mia tradizione famigliare mi aveva impresso. In casa, tutto ciò che riguardava emozioni, sentimenti, malesseri dell’anima e della mente era tacitamente sospeso.

Il Sole 24 Ore, in un articolo intitolato Come le neuroscienze aiutano nella gestione delle persone, affronta il tema dal punto di vista lavorativo; ma le medesime conclusioni possono applicarsi alla vita personale e famigliare. La tesi di fondo è che «si può essere motivati verso un miglioramento, si può partecipare a ottimi corsi di formazionee persino osservare nel capo modi apprezzabili, eppure rimanere con le stesse abitudini». Secondo le scoperte recenti, il cervello è refrattario al cambiamento a meno di evidenti vantaggi, perché è attraversato da strutture neurali automatizzate che hanno lo scopo di garantire la sopravvivenza e contenere il dolore. Soltanto le facoltà del dubbio e dell’autocontrollo, situate nella corteccia pre-frontale, hanno la capacità di «mettere una distanza» – come mi piace dire – tra la spontaneità del comportamento e la scelta degli atteggiamenti. Ma non è una novità neuroscientifica come l’articolo vorrebbe mostrare: al massimo una conferma di ciò che in altri tempi è stato definito «pensiero critico».

Per tornare al caso pratico proposto all’inizio, ho risolto il mio problema facendo ricorso alla riflessione. Non senza fatica, ma comunque nell’arco di pochi mesi, ho modificato il pregiudizio che le professioni in relazione d’aiuto avevano nella mia esperienza. Ho capito che, rispetto all’epoca dei miei genitori, non esistono più quei ruoli informali e comunitari di benessere e protezione svolti dal medico, dal prete, dalle comari dei cortili, o dalla schiera delle vecchie zie che se ne stavano sedute per ore a chiacchierare sulla panchina fuori casa durante i soggiorni d’infanzia trascorsi in montagna. È da questa rielaborazione di significato che è nata la disponibilità ad accettare l’aiuto di una professionista che pure stimavo anche prima di questo cambiamento, ma verso la quale forse non avrei esercitato la necessaria disponibilità.

La filosofia, pensiero critico per eccellenza, a me è servita appunto a questo. L’amicizia con il sapere – per riprendere un’espressione di Gilles Deleuze – è sferzante: ti mette immediatamente davanti all’impietosa pletora dei tuoi limiti, proprio come farebbe un buon amico; ti aiuta a mettere in discussione l’ovvio per farti avventurare, in maniera ragionata, nelle novità dell’incerto. Ma è amicizia: e dunque al ragionamento unisce la passione, alla freddezza del calcolo l’intelligenza dei sentimenti. Se ho guarito ferite, rimosso ostacoli, trovato un equilibrio e un nuovo centro intorno al quale costruire valori e far ruotare la mia vita – è proprio grazie a una dieta spirituale che si è nutrita di filosofia. Nel buio dell’incertezza ho attinto, come gli increduli della Cena in Emmaus, al cibo della parola e alla speranza della luce. 

Come la cura per il corpo, anche quella dell’anima ha un impatto pratico e concreto. Cosicché, cambiare non significa fare buoni corsi o avere esempi da seguire, ma riduscutere la visione del mondo che finora avevamo adottato. Ora che le neuroscienze lo hanno rivelato, ci possiamo persino credere.

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