Vivo sempre con un certo disagio la distanza tra il pensiero che mi ero proposto e la realtà dei fatti o dell’azione. In quel preciso istante, si affaccia sull’orizzonte la tremenda constatazione della mia debolezza. E – credo sia esperienza di tutti – in maniera tanto più penetrante quanto più l’altezza dell’aspirazione mi aveva fatto credere di aver archiviato quella debolezza forse una volta per tutte.

Nella presentazione all’Etica di Spinoza (ed. Bollati Boringhieri, 2006), Giorgio Colli spiega che «ogni filosofo vuol trovare un senso – ossia un’unità – del mondo; ma gli oggetti che deve considerare sono infiniti, e i nessi concettuali che deve stabilire tra di essi sono, se possibile, ancora più infiniti. Il vigore di un filosofo è misurato dall’ampiezza di questa rete, che egli getta sulle cose, tentando di afferrarle e di stringerle». Per dirla in una battuta: su questo piano siamo tutti filosofi, cercatori di senso; e l’incoerenza è l’ospite fissa e indesiderata. Anzi, forse ne è la vera padrona di casa, che ci sfratta e inveisce ogni volta che cerchiamo di prendere possesso di un unitario abitare nel mondo.

Perché allora non cogliere questa provvisorietà da pellegrini con la leggerezza dei viaggiatori? Possiamo arrenderci all’incoerenza navigandola con spirito di lettura e di ricerca. E, sulle risposte dell’esperienza, tessere quella rete di nessi concettuali cui Giorgio Colli faceva riferimento. Ricerca e incoerenza sono, in fondo, il nome di un medesimo percorso. L’uno vissuto come viaggiatori attenti, critici, in questo senso etici poiché capaci di domandarsi sempre che cosa significhi davvero la coerenza cui si ambisce. L’altro come sfrattati, angosciati; in cerca, sì, ma solo di un riparo più o meno improvvisato per la notte, e in balia di una tempesta cui neppure i più grandi filosofi hanno ancora saputo dare risposta.

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