Il mio primo intenso ricordo di consapevolezza risale a una giornata di metà di febbraio. La mattina era fresca ma pareva che l’inverno fosse ormai oltrepassato. Mentre percorrevo il tragitto verso la stazione, potevo attraversare con lo sguardo l’intera catena delle Alpi, che salivano da ovest fino al massiccio del Monte Rosa, imponente di fronte a me. Passavo accanto ai primi giardini fioriti. In un istante preciso di quella passeggiata si aprì un varco verso l’immensa connessione con il paesaggio in cui mi trovavo. Fu un sentimento totale, stupefacente; una percezione di cui avevo rinvenuto le tracce leggendo il filosofo Salvatore Natoli nel suo saggio su La felicità.

In un’inaspettata repentina apparizione, quella sensazione si è ripresentata in questi giorni. Sono passati quasi trent’anni dalla prima volta. Diverse sono state le condizioni e, in grande misura, diverso è stato anche il modo di intenderla e di viverla. Ma in essa ho riconosciuto il medesimo senso di unità e di coerenza che rendeva l’esperienza chiara, inequivocabile, quasi il compimento di un cammino atteso da molto tempo.

Oltre alla distanza, questi due eventi sono separati da una differenza decisiva. Mentre il primo godeva di un fragore esaltante, quasi romantico, che mi agitava e mi sconvolgeva come una tempesta, il secondo si è rivelato nella pacatezza della maturità. Quel chiarore, riflesso nella serenità della mente e nel piacere del corpo, è arrivato come l’esito di una storia che mi stavo raccontando: da quanto tempo abito i luoghi delle mie passeggiate, con quali motivazioni li ripercorro giorno dopo giorno, e quale amore sta fiorendo tra i miei sentimenti mentre mi esercito a comprendere cosa è accaduto nella mia esistenza. Ogni giorno, infatti, discende da una genealogia di eventi e condizioni che inanellano, l’uno dopo l’altro, la sequenza della nostra vita.

Non siamo altro che il frutto dei nostri passi. E, nel considerare questa ipotesi, mi è venuto di nuovo alla mano Epicuro.

Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l’animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è l’intelligenza delle cose, perciò tale genere di intelligenza è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.

Epicuro, Lettera a Meneceo

In altre parole, la consapevolezza – come la felicità – è una costruzione, un esercizio. È una rete di connessioni tra le esperienze pazientemente ricostruita, che trascende il godimento (o la sofferenza) della singola esperienza. È poter comprendere, in ogni istante, il perché della propria storia. Del resto, non è questo il piacere che proviamo in un film o in un romanzo che ci ha avvinto? Sapere che ogni pezzo è andato a posto; e che il senso del racconto si è compiuto, quasi che un destino immortale gli fosse da sempre sotteso.

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