Il più grande dono che mi ha fatto la Chimica all’università è stato pensare che il mondo – forse determinato da leggi o forse no – va per la sua strada. E che la visione corrente della natura – nei suoi due rivolti: dominio ed ecologismo – è soltanto una distorsione antropomorfa di un paesaggio in cui ci crediamo protagonisti.

Espressioni come «riscaldamento globale» contengono il sottinteso che il riscaldamento è dannoso ai fini umani e alla nostra stessa sopravvivenza; tanto più se globale: e dunque ingovernabile sia per estensione geografica che per lo scontro di prospettive tra soggetti che credono di avere in mano l’interpretazione corretta dei problemi, e che invece affermano solo la loro volontà di potenza, il loro aspirare a vivere. Così pure vale per i «prodotti naturali». Una locuzione che – come rimprovero sempre a mia moglie – non ha alcun fondamento di senso: poiché naturali sono anche il cianuro, la cicuta, l’acido cloridrico. Quest’ultimo, anzi, è un ottimo esempio dell’irrisolvibile ambivalenza che si nasconde sotto il pregiudizio «naturale»: quell’acido, infatti, è con evidenza tanto dannoso se ingerito quanto indispensabile nel presiedere ai processi biochimici della digestione.

Il mio grande amore intellettuale, Friedrich Nietzsche, tutte queste cose le aveva ben raccontate nelle striminzite pagine di Verità e menzogna in senso extramorale. Egli ci dice, reinterpretato nella chiave di questo discorso, che non è bene o male se il mondo si riscalda (i vulcani hanno fatto danni enormemente più radicali, come l’eruzione del Tambora che nel 1816 ha provocato «l’anno senza estate»); è bene o male se si riscalda rispetto alle nostre esigenze vitali. In questo senso, il mondo è assolutamente extramorale e la sua connotazione di bontà o di malvagio gliela attribuiamo non per verità ma per debolezza.

Dunque, l’armonia con la Natura, lontana dall’essere una legge assoluta da rispettare – e incarnata da quella apocalittica dichiarazione per la quale «la Natura si sta rivoltando contro di noi!» –, è invece una scelta etica. Dove la parola etica è presa qui nella sua etimologia di «costume», «abitudine», «comportamento pratico dell’uomo». Il che significa: ricerca e comprensione dei rapporti con il mondo e con le conseguenze del mio agire. Da un lato, perciò, etico non rappresenta nulla che abbia a che fare con una legge o una disposizione al di fuori della propria volontà – diciamolo meglio, con una «verità superiore»: appunto, ogni scelta ha le sue conseguenze. Dall’altro però, questo termine non autorizza a proclamare la libertà assoluta: nessuno è mai davvero individuo, unico artefice del proprio destino. L’evidenza dei fatti da Covid-19 sconfessa la più illustre illusione moderna, la pretesa di un totale dominio sul divenire.

Ritorna invece alla memoria il concetto antico di saggezza: misura, parsimonia di atti e parole, ricerca delle cause e degli effetti tra noi e le cose. Così felici non sono coloro che si illudono di avere in mano le sorti del mondo; ma piuttosto quelli che ne tratteggiano i limiti, i vincoli entro i quali circoscrivere la propria azione.

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