Amavo la filosofia, ma ho studiato chimica. Mi immaginavo una vita dedicata al laboratorio e alla ricerca e invece sono passato al mondo della comunicazione e infine a quello della formazione. Il mio corso di laurea si è arrestato a poche battute dalla sua conclusione. Come nel film Point Break, mi sono trovato sulla china di onde inaspettate e più di una volta mi è sembrato di annegare.

Mi sono chiesto molte volte se la mia vita avrebbe preso un corso diverso di fronte a scelte diverse; o se invece, in qualche modo, sarei approdato alla realtà e, soprattutto, alla stessa consapevolezza di oggi. Quando ho trattato in casa l’argomento, la mia reiterata affermazione «sì, però…»– a sottintendere gli errori che mi erano costati la felicità –  finiva con l’infrangersi sulla leggerezza e la determinazione con cui la mia compagna ha lasciato, per sposarmi, vita famiglia casa e Paese, affacciandosi su un futuro interamente da costruire.

In effetti, confrontare costantemente l’esistenza con un orizzonte ideale, è una strada aperta verso il fallimento. Chi mai potrà raggiungere la soglia di un risultato perfetto? Chi mai potrà ottemperare a tutte le azioni per riprodurlo? Persino la scienza ha trovato una strada alternativa e ha cessato di descrivere il mondo come un orologio collocato in un tempo e in uno spazio predefiniti. Lo spiega bene Ilya Prigogine, premio Nobel per la chimica nel 1977, che nel suo libro La fine delle certezze ricompone la variabilità delle scienze sociali con l’apparente determinismo della fisica; e fornisce della natura un’immagine in continua evoluzione sotto la spinta di ciò che Bergson chiamava slancio vitale. L’universo statico e prevedibile esiste solo nei modelli matematici, che pretendono di attribuire alla natura un equilibrio inesistente. La realtà è fatta invece di sistemi precari, pronti a frantumarsi da un momento all’altro: è casualità, ma anche adattamento; è incertezza e, al tempo stesso, intelligenza.

Cosa succederebbe se allora ci concepissimo, al pari dei sistemi di Prigogine, come flussi di esistenza? Vorrebbe dire rinunciare a obiettivi preconfezionati a monte dalla società, dalla famiglia, o dai pregiudizi che ognuno si cuce addosso senza neppure accorgersene.

Ho appena iniziato a tramutare le mie giornate in un’imprevedibile onda. Ma non voglio cadere nell’errore del protagonista di Point Break. Non esiste un’onda perfetta. A mio avviso, è lecito aspirare alla felicità pensando la vita come un continuo esperimento; un cavalcare e cadere che a ogni tuffo rinnova il desiderio di provare la vita così com’è: puro, semplice, libero esistere.

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