Negli ultimi anni il lavoro mi ha messo in contatto con il mondo della moda. Mi ha insegnato a guardare questo settore dal punto di vista, per me inedito, dell’autenticità di chi vi intraprende e vi lavora. Ma, quando in una conversazione tra amici qualcuno ha esclamato che «tutto è moda!» – cioè è moda ogni aspetto, anche il più pratico, della quotidianità – ho avvertito un sentimento di disagio e irritazione. Forse perché quell’affermazione mi mostrava, a differenza di quanto mi piacerebbe credere, che l’estetica assume con facilità il controllo della nostra vita. E lo fa nella sua accezione più originaria di percezione mediata, e quindi condizionata, dai sensi.

Martin Heidegger tratta ampiamente questo argomento in Essere e tempo, anche se l’analisi si rivolge, in prima istanza, alle modalità della vita non autentica. La vita non autentica è quella in cui non sono io a pensare, a dire e ad agire, ma qualcun’altra lo fa per me; qualcuno che non esprime una reale identità e che si colloca nel linguaggio impersonale del «si dice», «si deve», «si fa». Se, come ragiona Heidegger, questo atteggiamento prende forma nella chiacchiera e si esaurisce nella curiosità e nell’equivoco – allora esso coincide esattamente con quell’idea di moda che impone e decide quali abiti indossare, quali locali frequentare, quali parole utilizzare nell’esprimere concetti che non sono mai veramente nostri. Gli esempi sono moltissimi.

In questa situazione, che Heidegger considera spontanea e naturale – ragion per cui tutto quello che è naturale non necessariamente è anche buono per la nostra vita – è come se l’identità che proiettiamo agli altri fosse lun gioco di specchi. Un’immagine che, per quanto nitida, sfugge al nostro controllo.

In psicoanalisi lo specchio assume un ruolo decisivo nella definizione della propria identità. Secondo Jacques Lacan, i bambini riconoscono sé stessi nell’immagine dello specchio solo verso i diciotto mesi. Prima di allora, nessuno di noi avrebbe un’identità propria. Ma questa operazione ha un effetto drammatico. Poiché l’immagine nello specchio è composta e armoniosa; mentre il corpo reale è imperfetto e spesso fuori dalla nostra volontà cosciente.

Vivere una vita autentica, allora, consiste in un’operazione di capovolgimento. Un’operazione che va in direzione contraria al senso comune. «Riflettere» è, letteralmente, portare sé stessi fuori dallo specchio. Considerarsi non più un’immagine astratta, ma un intreccio di esperienze sulle quali – presa consapevolezza – non sono più i sensi a dominare noi; ma noi a dominare i sensi. O forse, ancora meglio, a fluire ritmicamente con essi. Se qualcuno è riuscito in questa impresa, me lo faccia sapere. Temo, infatti, che lo sforzo durerà tutta la vita. Anzi, temo che esso sia la vita stessa.

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