Gratitudine

La gratitudine può essere considerata un vero e proprio esercizio di sospensione del giudizio. È mettere da parte se stessi per disporsi ad accogliere la vita.

Berthe Morisot, Lettura. Julie Manet, 1888

Ho imparato il sentimento della gratitudine con l’esercizio e con il tempo, integrando nel mio modo di pensare, di comunicare e di agire una cultura altra rispetto allo sfondo della mia formazione culturale. L’incontro con la mia compagna di vita ha determinato un profondo mutamento e mi ha insegnato un’accoglienza che, forse, prima non conoscevo. Le numerose Cene del Ringraziamento che abbiamo organizzato insieme hanno, certamente, svolto un ruolo sotterraneo ma attivo in questo percorso di apprendimento e mi hanno aperto a considerazioni ed esperienze verso le persone intorno a me che non mi erano per natura famigliari.

Ho anche imparato che la gratitudine è un sentire ambiguo, a seconda di dove colloco il baricentro della relazione entro cui essa si manifesta. Quando il baricentro ha il suo peso nel soggetto, quando cioè assumo su di me la piena responsabilità dell’essere grato, allora mi trovo di fronte a un evento generativo dal quale le relazioni traggono l’energia necessaria a fiorire e a maturare in un continuo rinnovamento. Quando, invece, il peso della gratitudine si sposta verso il suo destinatario e lo rende la giustificazione di quell’esperienza, allora la gratitudine decade in una forma di subordinazione e ripone all’esterno di sé la ragione delle proprie azioni.

In sintesi, la gratitudine è un metodo di lavoro che affina la consapevolezza e la propria accettazione. Allo stesso tempo, però, questo spostamento di baricentro costituisce una progressiva sospensione del giudizio nei confronti degli altri e del mondo, così che la gratitudine – e, ancora di più, la grazia che rappresenta in un certo qual modo la sua massima evoluzione – diventa un atto di pura osservazione, cioè di osservazione epurata da qualsiasi interpretazione, equivalente alla pratica filosofica dell’epoché individuata da Edmund Husserl come metodo di indagine per eccellenza: «[…] io non nego questo mondo, quasi fossi un sofista, non revoco in dubbio il suo esserci, quasi fossi uno scettico; ma esercito in senso proprio l’epoché fenomenologica […]. Io non attuo più alcuna esperienza del reale in un senso ingenuo e diretto» (Edmund Husserl, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, I, Antologia, filosofico.net).

Manca però ancora un tassello a questa descrizione. In fondo, io sono autenticamente grato nel momento in cui accolgo con pienezza ciò che l’esperienza mi consegna; come se, così facendo, riuscissi a valicare anche gli ultimi margini della mia soggettività. «Sia fatta la tua volontà», si potrebbe quasi dire, con un’espressione che ricalca la forma, sì, di un’assoluta devozione, ma di un’altrettanta assoluta gratitudine. Questa espressione non indica necessariamente un pegno di fede o di passiva accettazione, ma piuttosto il fatto che, a un certo punto, occorre che metta da parte persino me stesso se voglio davvero accedere a quella condizione di grazia in cui si realizza il contatto più profondo con l’esistenza. Va da sé che quest’ultimo passaggio oltrepassa i confini dell’umano e si situa in ciò che, a mio parere, Nietzsche ha chiamato «oltreuomo». La gratitudine in senso estremo – come pratica che accoglie totalmente ciò che si muove dentro di me in quanto vivente – è il luogo che posso immaginare più prossimo al sacro, a un dio impersonale e dionisiaco simbolo della sorgente da cui la vita prende vita. La pratica della gratitudine, in ultima analisi, è una via di elevazione alla saggezza, se non addirittura all’illuminazione.

Quale immagine, allora, mi sono domandato, può rappresentare in maniera emblematica questo concetto? Ho pensato all’opera di Berthe Morisot (qui ho scelto, tra le tante possibili, Lettura. Julie Manet, 1888), perché nella sua pittura, piena di vivacità e di gioia, il soggetto si dissolve in un infinita celebrazione dell’esperienza. La protagonista si confonde con l’ambiente che la circonda, quasi formasse con esso una rete di relazioni all’interno della quale non è più possibile distinguere chi restituisce che cosa e a chi. Soggetto e oggetto, persona e ambiente sono il medesimo, sono un tutt’uno senza soluzioni di continuità. La vera protagonista, l’esistenza, emerge al di là dei singoli elementi del dipinto.

Ecco perciò rappresentato, su una scala domestica – certamente più accessibile di qualunque illuminazione spirituale – il gesto che si compie nella gratitudine: liberarsi per un momento da se stessi e donarsi alla vita in quanto tale – che sia un luogo, una persona, o altro non importa; sentir riverberare su di sé l’azione di quello stesso dono come se io e l’altro, o io e la vita, fossimo in quell’istante la stessa cosa.

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