Ormai posso affermarlo: ho dedicato alle parole tutta la mia vita. Le ho usate per conoscere meglio me stesso; per affrontare la comprensione del mondo; le ho impiegate per accompagnare altri nello stesso percorso; le ho piegate per comporre e per lavorare. A volte mi ci sono rifugiato dentro; altre volte, le parole sono state la forza che mi ha convinto a muovere le mie azioni. Le ho accarezzate con dolcezza. E – per usare l’espressione di un’amica che non posso dimenticare – le ho «scagliate come macigni» contro ciò che mi indispettiva o non mi piaceva. Sovente le ho manovrate come armi per ferire: ma anche questo è servito a imparare quale immenso potere le parole contengano.

Vale la pena aggiungere che più delle parole dette, il mio interesse va a quelle scritte. Scrivere, infatti, è tracciare, dare corpo all’esperienza, trasformare quest’ultima in un’identità coerente. Ve la immaginereste mai una vita senza parole? A quale disordine, a quale disorganizzazione, a quale caos andrebbe incontro?

Nel suo Saggio sulla negazione, Paolo Virno mostra, in realtà, l’evanescenza delle parole. Tutto il linguaggio non è che una raffinatissima ma impalpabile costruzione: se pronuncio «casa», il suo significato mi è chiaro solo perché essa non è «piazza», «albero», «finestra», e così via. Ogni parola, insomma, designa qualcosa dicendo ciò che quel qualcosa non è. Davvero una bizzarra constatazione, che però mi porta a considerare un secondo aspetto delle parole: a mano a mano che la consapevolezza di sé cresce, le parole tendono a diminuire, a diventare più rade e leggere. Come a dire che chi è sicuro di sé non ha bisogno di molte parole; e, di nuovo, non ha bisogno di dire ciò che (ancora) non è.

L’attrice Lucilla Giagnoni ha mostrato questo carattere del linguaggio in una conferenza TED tenutasi a Novara nel 2017. Prendendosi gioco dell’intelligenza artificiale, il suo discorso ha messo in evidenza quello che si nasconde tra le parole. Uno spazio impercettibile e infinito, che nell’omonima poesia di Leopardi viene a poco a poco rivelato dalle parole stesse. All’inizio del componimento è la loro sonora materialità a emergere dal testo: per esempio le vocali, con cui Leopardi esprime il radicamento in ciò che la filosofia chiamerà più tardi il «mondo della vita»: apertura, interiorità, eccitazione, stupore, meraviglia. Ma l’avanzare del canto suggerisce una consistenza sempre più immateriale, fino al celebre naufragio che conclude i versi di quest’opera e che dichiara come, in fondo, nelle parole non si trovi altro che il silenzio.

Ecco allora che viene fuori un terzo tratto della parola; forse meno evidente, ma capace di illuminare il potere di cui parlavamo all’inizio. Le parole sono una linea di confine – e, al tempo stesso, uno strumento di relazione – tra le due dimensioni apparentemente opposte della nostra esistenza: da un lato il corpo, dall’altro l’anima; da un lato l’esperienza concreta, dall’altro la capacità di interpretarla. Del resto, il Vangelo secondo Giovanni esordisce proclamando che «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Sembra, dunque, che le parole siano il percorso «in carne e ossa» – per riprendere ancora una volta il dizionario filosofico della fenomenologia – in cui ogni giorno possiamo percepire di realizzarci. Dare parole al nostro agire è come offrire a sé stessi la possibilità di una vita felice. Almeno fino a quando l’atto stesso di vivere non parlerà saggiamente al posto nostro.

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