Non è raro che il venir della notte porti, anche nelle mie giornate migliori, un senso di oscurità. Un senso che, a volte, mi solletica solamente, come un ronzio leggero; altre volte mi travolge e mi trasporta in un buio – reale e metaforico – dal quale all’apparenza mi sembra impossibile uscire.

Non voglio stare a fare qui la semplicistica retorica della parola «crisi»; quella secondo cui, la crisi è sempre anche un’opportunità e, dunque, una chiave per riappropriarsi del proprio destino. Tuttavia, vale la pena riprendere alcuni dei significati cui «crisi» rimanda, poiché è innegabile che il momento che ho sopra descritto tale sia e rimanga. Allora crisi è il momento che separa una maniera di essere, o una serie di eventi, da un’altra; è il punto decisivo del decorso di una malattia, la soglia che ne segna il suo repentino cambiamento; in senso figurato, è lo stato di chi, agitato da vive passioni, sta per prendere qualche grave deliberazione.

Ho scelto queste tre definizioni di «crisi» per indicare che la nostra condizione esistenziale si svolge di frequente tra frammentazioni e punti di discontinuità. Quando questi ultimi si fanno netti, irrevocabili, ingovernabili – ne consegue la rottura di uno schema di senso. Quando, invece, le connessioni tra gli eventi si irradiano tra le parti scomposte di un puzzle, fino a rendere la scena un quadro unitario, allora la relazione che le connette colma il divario insostenibile del caos; in altre parole, questo intervento revoca la crisi, la sospende. La relazione determina unità, bellezza, felicità: come quando, guardando la distesa infinita di un paesaggio, sgorga dall’anima quel sentimento di armonia che rende speciali e indimenticabili i momenti più significativi della nostra vita.

Per queste ragioni non condivido affatto la retorica dell’ottimismo, delle persone sorridenti e positive a tutti i costi che, in qualche misura, ho sempre trovato sconcertanti. La spaccatura che si insinua nelle nostre vicende domestiche, infatti, è l’occasione per ricostituire nessi di relazione tra i molteplici aspetti, contraddittori e inconciliabili, del nostro esistere; tra le discontinuità che fino a qui abbiamo descritto. Da ciò consegue che la felicità non è uno stato, ma una via da percorrere: accanto all’estasi dell’istante e agli stati di grazia, c’è il sottile lavorio dell’intelletto, che istituisce connessioni e trasforma in realtà umana quel che altrimenti sarebbe un puro accadimento della storia.

Recuperiamo il tragico dell’esistenza. Dal momento che esso non è un accidente da evitare ma, come il giorno e la notte, è l’invito a edificare una rete di relazioni che solo nei contrasti si rivela. Anzi, meglio: si realizza.

Commenta