Questa settimana mi ha incuriosito e sollecitato un articolo apparso su doppiozero dal titolo Inventario. Le parole, che descrivono gli effetti dell’isolamento sociale dettato dall’emergenza Covid-19, infatti, mi hanno riportato alla coscienza una pratica che ha percorso in lungo e in largo la mia vita: quella di indulgere nella memoria, nell’esercizio del ricordo.

Intanto i bambini sono cresciuti e noi siamo tutti invecchiati. Non solo perché barbe e capelli sono imbiancati, è la particolarità di questo sistema cronologico senza stacchi a richiamare il passato. Ritrovamenti in cassetti e armadi evocano: spingono a ricordare. A cercare il tempo perduto. L’ultima cena con gli amici appare più lontana del primo bacio. Le case custodiscono il nostro archivio personale: lettere e foto, oggetti e diari, disegni e cartoline. Scoperte, risorse, creatività, progetti… Possiamo incollare parole e immagini, costruire un album con tutte le lettere del nostro alfabeto interiore, esclusivo ed individuale. È tempo di inventario.

Nicole Janigro, doppiozero, 19/04/2020

Ancora più interessante è il rapporto che l’articolo mette in luce tra corpo e memoria. Mentre il primo perde consistenza per l’isolamento, la seconda assume il predominio e richiede un ricco vocabolario per esprimere efficacemente ciò che il non-verbale non può più dire. Come i piatti di una bilancia agganciati a un unico perno di distribuzione, il peso di corpo e memoria rappresenta un sistema unitario di forze, nel quale l’uno ridefinisce automaticamente l’altra.

Amo soffermarmi sulla memoria – cosa era successo, come mi era accaduto, cosa provavo, come sarebbe potuta andare a finire altrimenti. Dalla memoria è facile, addirittura dolce, scivolare nell’immaginazione e nella fantasticheria. Del resto, il mio primo innamoramento letterario è stato con Paul Verlaine, il poeta della rêverie e dell’indefinito: quella sensazione che sta all’incrocio tra ricordo, nostalgia, immaginazione e futuro. E che, nel suo svolgersi genera romanze senza parole, dunque poesia: possibilità artistica generativa.

Per contrappeso, nella mia vita ho avuto poca familiarità con il corpo e con quello che a esso afferisce: fisicità, pragmatismo, relazione con gli altri. Ma, in queste giornate, mi è diventato subito chiaro che se ho trovato in tempi brevi l’equilibrio con la reclusione casalinga dell’emergenza, uno dei motivi principali è stato proprio l’abitudine alla memoria e all’inventario che ho sviluppato fin dalla giovinezza.

Il filosofo Carlo Sini ha mirabilmente descritto in un video la funzione della memoria, precisando subito che ricordare è, etimologicamente, «riportare nel cuore». Un atto che tenta di vincere la paura della morte quando constatiamo che il presente, appena è pronunciato, già non c’è più. E, in fondo, è questa la consapevolezza che l’isolamento sociale ha prodotto. Ma c’è un’altra faccia della medaglia. Perché è solo nel ricondurre al cuore i pezzi sparsi del proprio vissuto che si può ricomporre il puzzle dell’esistenza: dare una forma, un senso, una direzione. In definitiva, una traccia per ciò che vorremmo che il nostro futuro diventasse. Una pratica artistica generativa che contiene i semi di domani.

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