Scorro il vocabolario e trovo che la parola rito affonda in qualche modo le sue radici nei numeri. Rito, dal latino ritus, è affine alla parola greca arithmós (“numero”, appunto), cui fa eco aritmetica: la più antica branca della matematica, quella che studia le proprietà elementari delle operazioni aritmetiche sui numeri. Scavando ancora nel tempo, però, si scopre una lontana parentela con il sanscrito ṛtá- che, se da un lato, significa “misurato” dall’altro diventa l’ “ordine stabilito dagli dei”. Proprio ieri, un vecchio compagno di scuola scrive su Facebook:

I numeri sono stati considerati da sempre come “principi generatori del mondo, e il motivo per cui il mondo poteva essere percepito dall’intelligenza, in modo tale da determinarne la ragione e le proporzioni. […] Il disordine, sempre temibile e minaccioso veniva quindi scongiurato grazie al Numero e alla sua caratteristica di introdurre un principio di ragione nell’universo, o di fecondarlo con armonie aritmetiche, geometriche, astrali”.

Bisogna dire che i numeri non hanno perso la loro capacità d’impatto. Fatturati, statistiche, spread, volumi di affari, indici di borsa, standard di prodotto, persino studio dei possibili criteri per oggettivare la sensazione di felicità – sono tutte espressioni della creazione continua di un mondo ordinato e proporzionato che cerca di tenersi alla larga dalla incomprensibile esperienza che ogni giorno la vita ci offre: con le sue incongruenze, con gli eventi inaspettati, con le sorprese belle o brutte che sono fulmini a ciel sereno nel silenzioso ritmo della quotidianità.

Ma che fine hanno fatto le armonie aritmetiche, geometriche, astrali? I numeri sembrano tutt’al più essersi attestati su un’identità asettica ma perfettamente ordinabile. Ecco allora il codice fiscale e il numero di telefono, che si affermano come i nostri identificativi più comuni. È come se i numeri avessero resistito impavidi alle sfide del caos, ne fossero usciti apparentemente sani e salvi, e tuttavia si fossero dissanguati della loro anima più magica e impenetrabile.

Anche i riti, come i numeri, si sono in un certo senso raffreddati. Per anni ho vissuto il Natale come una fastidiosa celebrazione di stereotipi e luoghi comuni commercializzata per far appunto tornare i conti. E così le altre ricorrenze: persino i miei stessi compleanni si erano mestamente rassegnati all’idea di una rappresentazione svuotata e inautentica. Poi è successo che ho iniziato a riflettere su questo logoramento fino a quando, lo scorso anno, ho progettato il mio primo Nutrimento: Pane nostro quotidiano, un inno alla ritualità che in casa avevamo ritrovato con l’amorosa preparazione del pane da parte di mia moglie. A distanza di un anno il rito, come l’aritmetica, per me equivale a una complessa sequenza di operazioni che mette in luce il rapporto fra noi e le cose del mondo. Rianimare un rito vuol dire perciò viverlo consapevolmente fino nella sua e nella mia essenza.

È con questa inclinazione che sono tornato a risvegliare la parola rito. Nutrito dalla speranza che un giorno il rito riveli il più segreto di tutti saperi: l’ordine stabilito dagli dei che abbiamo circoscritto nella parola Io.

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