Andiamo incontro alla Festa del Lavoro e credo proprio che, mai come quest’anno, la data del 1 maggio assuma un significato che scavalca la dimensione che siamo abituati a frequentare. Questa ricorrenza racchiude, infatti, un cambio di paradigma, almeno sul piano pratico, che ha sconvolto in buona misura il senso stesso della parola «lavoro». Chissà – mi domando – se le politiche di distanziamento sociale, con tutto quello che ne consegue, contribuiranno a rendere le celebrazioni del 1 maggio più sentite o più estranee. Per chi avrà voglia di scriverne, sarò felice di ascoltare la sua esperienza.

Ma vorrei portare la vostra attenzione su una frase che ho sentito di recente: «Stai dove sono i tuoi piedi». Troppe volte, infatti, la frenesia, che aveva caratterizzato fino a oggi la vita dentro e fuori gli ambienti di lavoro,  ha separato la testa dai piedi; ponendo queste due parti del nostro corpo in due sfere distinte, disconnesse e, per questo, sottoposte alla fatica tangibile di tenerle insieme. 

In tal senso, la distanza comportata dall’utilizzo del digitale – la differenza spaziale tra il corpo e la voce – rinnova il problema. E lo fa con un’affascinante domanda che mi perseguita: che cosa significa essere umani quando viviamo sul digitale? E ancora meglio: che cosa significa essere umani tout-court, visto che il digitale ha prevaricato, ormai da molto tempo, la separazione tra online e offline; e ha fatto dire a un filosofo dell’attualità come Luciano Floridi che la vita è ormai onlife.

Dunque, rispetto alla vita in digitale, quella scissione di cui si parlava aumenta e non fa che dilaniarci, oppure no? Devo confessarlo: questa è una domanda per me pungente e intrigante, perché subisco da molti anni tutta la seduzione delle possibilità che che il mondo smaterializzato di Internet e delle piattaforme offre: restare a casa, lavorare a distanza, recidere quei legami con la confusione delle relazioni che, da solitario quale sono, mi ha spesso messo in difficoltà. Se però penso ad alcuni rapporti che ho costruito, ecco che la frase «stai dove sono i tuoi piedi» mi vorrebbe catapultato lì, in quelle amabili conversazioni.

Questa, al momento, è la considerazione che mi sento di fare. Invece di celebrare astrattamente il concetto di lavoro, possiamo provare a gustarlo nella sua concretezza, rendendo presenti noi stessi alle pratiche, ai fraintendimenti, alle frustrazioni, alle discussioni, alle gioie e alle soddisfazioni – insomma a tutti quegli accadimenti reali che il nostro lavoro produce nella quotidianità così come la viviamo. Qualsiasi sia la distanza che ci separa dai nostri interlocutori. È proprio lasciandoci attraversare da questo flusso di emozioni e sensazioni che abbiamo la possibilità di edificare relazioni. Relazioni certamente diverse, nella forma e nella sostanza, rispetto a quelle stabilite dalla fisicità della presenza. Ma, in fondo, la sfida è proprio questa: verificare se le modifiche che il digitale apporta alle relazioni possono rendere comunque queste ultime autentiche e spiritualmente produttive. In tal caso, esse costituiranno un equipaggiamento di umanità pronto a navigare sulle onde, anche quando queste sono insolite e tempestose come il mare che stiamo attraversando.

Sulla foto di copertina
Anonimo, Lunch stop a skyscaper (Pranzo sul grattacielo), 1932
https://www.focus.it/cultura/curiosita/pranzo-su-un-grattacielo-i-segreti-di-una-foto-cult

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