Inaugurazione è una bella parola, è quando tutto ancora sta per accadere. Con un’interessante osservazione Marc Augé, nel suo libro Futuro, dipinge il futuro come una moneta dalle due facce; una delle quali è l’inaugurazione. L’altra è la messa in intrigo, il modo in cui a un’esperienza appena compiuta diamo ordine e forma perchè abbia significato nella nostra vita. Ed è eloquente, in questo senso, l’esempio che Augé suggerisce col genere giallo nel quale i pezzi sparpagliati alla fine tornano rivelando l’assassino.

Se dicessi che passato e futuro sono semplicemente collegati – certo sarebbe un’enorme banalità. Ma se andiamo al confine di questi due istanti, vedremo come lì, in un equilibrio del tutto precario, noi annodiamo i fili della nostra identità passata e futura per sciogliere quel nodo subito dopo e così cambiare, a ogni passo sospinto dalla vita. È facile, quando il nodo è tanto stretto da non riuscire più a scioglierlo, restarne imbrigliati; soffocati in una rete di convinzioni e convenzioni da cui ci sembra impossibile uscire.

Inaugurazione è una parole rigeneratrice, ci dà lo strumento per rinascere al nostro destino. È un atto d’amore verso se stessi. È un nuovo bambino che ha bisogno di nome. Ridatevi un nome: bagnate nella fonte battesimale l’intero vocabolario e le vostre parole, annodate ai quei fili come invisibili campanellini, prenderanno a tintinnare con un altro suono. La vostra sinfonia sarà pronta a iniziare il movimento successivo.

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