Mi immagino nel ventre di mia madre. Penso a quell’istante, subito dopo la nascita, in cui l’esplosione del pianto riproduce la luce e le forme che mi si aprono davanti. La mia vita, per intero, è tutta lì: in quel preciso momento convivono, condensati a un elevatissimo stato di energia, tutti i miei singoli istanti: l’inizio, la fine e il percorso di scelte, progetti, emozioni che si svilupperà con gli anni successivi.

Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare, 2014
Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare, 2014

È noto dalla fisica contemporanea – lo racconta bene Carlo Rovelli nel suo libro sulla gravità quantistica a loop La realtà non è come ci appare – che le equazioni fondamentali della natura non contengono il tempo. Il tempo non esiste, almeno per la fisica. Mi piace allora immaginarlo come l’invenzione umana che aiuta a prendere coscienza di quello stato primordiale in cui sono racchiuse tutte le possibilità ma ancora nulla è accaduto. Non c’è niente di certo in una simile rappresentazione, che potrebbe essere intesa come pura visione poetica.  Eppure mi viene da pensare che se noi iniziassimo a riconsiderare lo scorrere del tempo niente di più che un espediente narrativo per capire quell’enorme possibilità contenuta nell’istante originario – l’istante zero – allora potremmo anche concludere che la nostra vita è in realtà un eterno istante zero: scompattato, sequenziato, ma sempre pronto per essere riassorbito nell’unità originaria ogni volta che noi lo desiderassimo.

L’esistenza cesserebbe così di essere quel destino segnato nel quale ci sentiamo talvolta intrappolati per le scelte che abbiamo fatto. Ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo è il nostro istante zero. Con la differenza che, rispetto al primo, sappiamo un po’ meglio dove andare; o abbiamo almeno compagni di viaggio cui chiedere informazioni.

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