Viviamo nell’ideologia delle competenze. Si nutre di competenze il lavoro che ha bisogno di abilità tecniche per essere eseguito. Se ne nutre la formazione, che cerca di produrre capacità pratiche e funzionali a un obiettivo, spendibili dunque e soprattutto certificabili. Se ne nutre anche la scuola che, in anni recenti, si sta trasformando da ambiente educativo in produttore seriale di competenze da incanalare solitamente nei formati curriculari europei: documentazioni si presume oggettive della quantità di informazioni o di esperienze assorbite da un soggetto quando propone le sue capacità per la realizzazione di uno scopo.

Ma cosa c’entra tutto questo con il limite? Competenza deriva da competere; il quale, se da un lato implica l’andare insieme o il convergere verso uno stesso punto, dall’altro indica il gareggiare, il disputare. E quando si gareggia, il risultato arriva nel momento in cui si sale sul podio; ovvero quando la prestazione in rapporto all’energia impiegata è superiore a quella di tutti gli altri. Vince chi arriva primo; e non basta: vince chi continua ad arrivare primo. Producendo però in questo modo un’iperbole visionaria lungo la quale il limite si sposta progressivamente verso un infinito mai raggiungibile. Se non siete fra quei primi, non vi sentite scoraggiati dal vostro risultato? Non vi sentite inadeguati? Sempre nella necessità di dover motivare a voi stessi (o agli altri che vi sembra ve ne chiedano conto) le ragioni del mancato successo?

È curioso osservare che, quando per anglofilia, si tende a sostituire le competenze con le skill, la prospettiva rischia di cambiare. Skill, infatti è una parola che, secondo l’Online Etymology Dictionary, ha a che fare con i concetti di “distinction, ability to make out, discernment, adjustment”; e ancora: “to separate; discern, understand”, che la radice proto-germanica skaljo- (dividere, separare) mette in relazione con lo svedese skäl (ragione) e con il danese skjel, cioè separazione, limite, confine. La traduzione più appropriata di skill perciò parrebbe quasi essere quella di sapienza e non di competenza. L’etimo di sapere riconduce, a sua volta, a sentire (avvertire ma anche distinguere) il sapore che, “osserva argutamente il Manno, dalla bocca salì al naso; quindi l’odore corporeo passò a significare odore incorporeo; e con altra corta salita si trovò alloggiato nella reggia del cervello ad esprimere tutto ciò che si apprende colla mente” (fonte: http://www.etimo.it/?term=sapere).

Distinguere, separare, discernere, capire, sentire il sapore, usare la ragione, tracciare un limite o un confine: sono tutte azioni che implicano più l’intelligenza, l’intus lègere, il saper leggere dentro; piuttosto che la mera abilità tecnica di compiere un’azione finalizzata a uno scopo. Aspetto che, se non oltrepassa del tutto il concetto di competizione (peraltro niente affatto insano di per sé) certo lo risignifica in altro modo: poiché offre la possibilità di leggere tanto la scuola quanto il mondo del lavoro come luoghi nei quali collegare e rielaborare creativamente le esperienze. Detto in una parola, innovare. Così potrebbe non essere più la concorrenza smisurata, esacerbata, persino snaturata, la logica con cui leggere le future competenze necessarie al mercato. Ma l’abilità di cogliere e di coltivare relazioni, entro un perimetro coerente e coinvolgente di significati, con interlocutori (clienti, capi, dipendenti) predisposti ad ascoltare.

È la ragione di un limite che riempie, non che svuota; è ciò che in altre occasioni ho definito fare cultura. Non resta che provare e sperimentare sul campo.

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