Uno degli effetti della moderna società individualistica è l’illusione di poter descrivere noi stessi in maniera del tutto indipendente – voglio dire, esattamente come noi crediamo di essere. Si potrebbe persino pensare a una proprietà privata del linguaggio che, per avallare la sua stessa esistenza, ci spinge a ritrarci in maniera definitiva: cioè a delimitare la nostra identità in un perimetro tracciato con i paletti delle parole o, quando forse mancano idee chiare sulla natura del nostro lavoro, con etichette di importazione pregiate come le merci degli antichi mercanti di spezie. E così ecco, sulle pagine dei curricula virtuali, stuoli di chiefmanager e strategist cui anche io sento spesso di dovermi adeguare con la qualifica di copywriter per rendere la mia rappresentazione comprensibile al pubblico.

In questo esercizio di etichettatura linguistica, pronto a impacchettarci sui nastri per la produzione di beni e servizi, noi sappiamo tuttavia qual è la nostra condizione. L’esperienza, infatti, ci ha insegnato che la percezione che abbiamo di noi è tale solamente quando gli interlocutori con cui veniamo in contatto reagiscono alla nostra presenza e ai segnali che inviamo loro. È in loro che ci specchiamo; e sono le loro parole a completare la nostra versione dei fatti. Le luccicanti definizioni di cui sopra, allora, cedono il passo a un non meglio definito – né definitivo – orizzonte di allusioni, ombre, suggestioni, voci. Da una parte sgretolando le parvenze di certezza che abbiamo tentato di dare. Dall’altra permettendoci di venire meno all’appiattimento delle etichette per tornare a definire chi siamo in un dialogo aperto e bidirezionale.

Sarebbe assurdo eliminare in toto le classificazioni offerte dal linguaggio. Se però, al posto di confezionamenti da scaffale, ci limitassimo a un’unica etichetta – quella del nostro nome – avremmo certo più libertà di scegliere quale direzione prendere di volta in volta senza restare intrappolati in uno schema rigido e per di più fittizio.

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