L’espressione «andrà tutto bene», che campeggia visiva e sonora dentro il paesaggio di questi giorni complessi, mi procura perplessità. Non perché non attribuisca a essa il valore rituale della preghiera laica; d’altra parte le chiese sono vuote per ragioni sanitarie e, ancora di più, per ragioni storiche. Ma per il fatto che i riduttori di complessità – come appunto gli eventi rituali messi in atto dalle comunità – mostrano un’ambivalenza di fondo. Da un lato svolgono la funzione di far emergere l’ordine dal caos e di lenire i dolori spirituali che accompagnano l’insensatezza. Dall’altro lato, però, producono soluzioni illusorie e assolutorie che evitano qualsiasi confronto con le cause radicate all’origine del presente – almeno nelle sue componenti connesse alla sfera di influenza del nostro agire.

Natalino Balasso, con la solita sferzante e lineare ironia, esplicita il non-detto di quella frase e ne ritrae la debolezza «umana, troppo umana». «Andrà tutto bene» differisce il problema – etimologicamente, la questione gettata in avanti – verso un irraggiungibile traguardo ideale, un traguardo di salvezza.

Certo, «salvarsi dalla finitezza», per dirla con il filosofo Biagio De Giovanni, è la questione ineliminabile della condizione umana; e risolvere tale definizione vuoi dire conquistare il significato dell’esistenza. Ma c’è un significato, tra quelli possibili, meno dorato e più sporco di terra. Un significato che può essere collocato «qui» e non «là»; che può essere pensato come percorso e non come meta. Esso è, in definitiva, una altrettanto illusoria proiezione dell’immaginazione, con la differenza però – rispetto a un’ideale salvezza nella quale andrà tutto bene – di trarre dalle sue radici e non dai suoi rami più alti la forza spirituale per elaborare una ragione di vita.

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