Non sono stato un bambino felice. Per quanto la mia infanzia abbia potuto essere spensierata e innocente, la ricordo come un lungo e profondo silenzio. Un respiro trattenuto davanti alla vita. Forse per questo mi ha colpito – e ho sempre tenuto a mente – l’epigrafe tratta dal Vangelo secondo Giovanni con cui Leopardi apre la sua ultima poesia, La ginestra:

E gli uomini preferirono le tenebre alla luce.

Gv, 3, 19

Già nel mio ultimo Nutrimento ho raccontato di come il filosofo Martin Heidegger abbia illuminato in modo inequivocabile la condizione di assenza degli umani quando essi abitano la loro normalità. Nelle situazioni ordinarie non avvertiamo la vita, ma ne siamo avvertiti; non la chiamiamo, ma ne siamo chiamati; non la agiamo, ma ne siamo agiti. Regolati dal dominio delle passioni, siamo tutt’altro che protagonisti degli eventi, anche quando questi si mostrano sotto la maschera di un seducente ma falso controllo.

I recenti sconquassi, determinati dall’emergenza Covid-19, sembrano far presagire tumultuosi venti di cambiamento e opportunità inaspettate per capovolgere le sorti della nostra solo apparente conquistata esistenza. Non c’è dubbio che la condizione eccezionale che stiamo vivendo, fuori da ogni schema prestabilito, costituisca una corrente sotterranea che erode certezze e impone mutamenti. Ma, per l’appunto, «gli uomini preferirono le tenebre alla luce». E ogni parola appare autorevole nella misura in cui è in grado di tacitare gli animi, seppellire l’angoscia che emerge ogniqualvolta ci troviamo esposti al caos.

Che cos’è, però, la luce se non un’inafferrabile vibrazione. Quel fenomeno che appare soltanto nel momento in cui contrasta con l’oscurità.

Trattenuto non di rado in quel respiro sospeso di bambino, ancora oggi vivo in un’ombra che non coglie il contrappunto della vitalità. Solo se ascolto tra le parole la luce travolge il paesaggio intorno a me. Allora l’esistenza si rivela: come un lampo, come un fremito gioioso che scuote le piante di un giardino fiorito.

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