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Ho vissuto le ultime settimane in una condizione di felice precarietà. Uno di quei passaggi della vita nei quali, seppure impercettibili, si possono avvertire rumori di fondo e scricchiolii; piccoli segnali sismici con cui l’anima annuncia una fase di profonda revisione e cambiamento. Spesso questa condizione non è che un inizio, un mettersi all’opera, destinato a rinnovare le priorità e a imprimere al senso attribuito agli eventi drastiche inversioni di marcia.

Approfittando di questo momento, la parola che ho scelto come guida per l’anno appena iniziato è leggerezza. Perché dopo tanto pensare e rimuginare, ho finalmente avvertito che è l’incerto, di cui pure da tempo ero consapevole, il luogo in cui la mia filosofia può trovare davvero applicazione; può svolgersi nel pieno tentativo di cogliere che cosa significa esistere – o per dirla in un modo meno astratto: che cosa significa oggi essere umani.

Alan Watts, nel libro La saggezza del dubbio. Messaggio per l’età dell’angoscia (Ubaldini Editore, 2018), offre con un linguaggio semplice e immediato la spiegazione al perché facciamo ricorso a ogni possibile tentativo per garantirci certezze e prevedibilità. Ancora una volta, la lettura mi ha confermato la prospettiva secondo la quale l’Io, il soggetto, non è altro che una costruzione emergente dalla storia evolutiva del genere umano. In altre parole, la solidità che crediamo stia dietro il nostro nome è una pura invenzione, una strategia biologica per rispondere a quelle condizioni di vita che sono la vita stessa.

Posso dire di aver trascorso gran parte della mia esistenza nel cercare di controllare gli eventi e le persone intorno a me. E, nello stesso tempo, ho impiegato tutti i miei sforzi per cucire e ricucire ossessivamente, con le parole, un’identità che non riuscivo ad agguantare, a definire. Due comportamenti questi che ora mi appaiono evidentemente intrecciati uno all’altro e la cui risoluzione – cioè la semplice, ma questa volta autentica, presa di coscienza – si affaccia sull’orizzonte come un’alba di libertà.

Leggerezza, in questo senso, è la progressiva rinuncia a un’identità stabile e statica che dichiara, mette confini, cristallizza se stessa pur di non perdere il controllo su un’«isola che non c’è». Sul piano etico, di comportamento, la leggerezza può essere intesa più come un percorso che come un obiettivo: un esercizio che consiste nel ricevere, ma anche nel dare, inaspettatamente come atto vissuto nella presenza e nella pienezza dell’istante; una presenza, per sua definizione, sfuggente e totalmente incontrollabile. Allora, lontana dall’essere una sicurezza in cui rifugiarsi, l’identità può diventare la domanda per sondare le indefinibili pieghe dell’esperienza; una pratica per costruire una felicità, paradossalmente, precaria e duratura.

Stefano Francoli

Stefano Francoli

Lavoro sull’identità e sulle parole per comunicarla come percorso di crescita personale.

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