Quando ho letto La scienza della vita. Le connessioni nascoste fra la natura e gli esseri viventi (Fritjof Capra, Bur Rizzoli, 2004), sono rimasto di stucco. Tutto quello che conoscevo sulla biologia cellulare imparata pochi anni prima non valeva più. La metafora dell’organizzazione industriale del lavoro, a partire dalla quale la cellula era immaginata come un elenco di organelli deputati ciascuno a una specifica funzione, lasciava il posto all’idea della rete: una grande rete nella quale i compiti svolti da un organello emergono, di volta in volta, come relazione tra quest’ultimo e il contesto cellulare nel suo complesso.

Questo modo di pensare gli esseri viventi segna una svolta culturale ben più radicale di quanto appaia. Federico Leoni affronta quello che ritiene essere il paradigma interpretativo del prossimo futuro nel suo intervento al Festival Filosofia 2020. È una conferenza per certi versi sconcertanti, poiché ridimensiona l’essere umano a un evento della storia della natura, il cui ruolo è molto più periferico rispetto a quello che siamo abituati a immaginare. Ma, bisognerebbe chiedersi allora, che cosa abbiamo immaginato fino a oggi. Evidentemente, in quanto esseri umani abbiamo preteso di possedere la capacità di governare, attraverso gli schemi del pensiero, una realtà caotica, indistinta, in continuo movimento. Dall’inizio del pensiero scientifico – ma forse, andrebbe precisato, dall’inizio della filosofia – questo dominio si è affermato mediante la logica binaria: sì/no, vero/falso, giusto/sbagliato, ecc. Vale a dire per mezzo di un criterio secondo il quale non è data possibilità diversa da quella della scelta tra due opzioni, che segnano l’una il successo, l’altra la sconfitta rispetto al rapporto con la realtà contingente. Abbiamo definito questa possibilità di scelta con la parola, estremamente seducente, di libertà.

Ma oggi sappiamo che quel criterio di libertà e di controllo sul reale è saltato; la complessità delle crisi economiche, ambientali, sociali, sanitarie lo hanno testimoniato. Ecco allora che un’alternativa possibile è quella di passare da una filosofia della libertà a una filosofia del limite: cioè, una visione che, da una parte, ha come obiettivo la ricerca dell’equilibrio e dell’armonia; e dall’altra, ammette l’esistenza dell’essere umano come scelta vincolata a un contesto già sempre dato; molto più grande e complesso di quanto il pregiudizio riesca a far credere.

Per comprendere cosa questo cambio di prospettiva possa implicare, vorrei ricorrere alla radice etimologica della parola limite; la quale presuppone che il limes – cito testualmente il dizionario – «ha il senso di piegare, andare di traverso»; come se il limite indicasse quel sentiero obliquo e continuamente incerto sul quale porsi la domanda circa il senso delle cose. D’altra parte, proprio il limes romano, che indicava i confini dell’Impero, era inteso non come rigida linea di demarcazione tra due mondi; ma piuttosto come spazio fluido e in perenne movimento, alla ricerca di una relazione tra popolazioni che avevano dell’Altro una scarsa conoscenza.

Nella pratica quotidiana, questo ragionamento prende corpo in una certa forma di sapienza popolare: quella che considera gli ostacoli, invece che traguardi da oltrepassare, insegnamenti di un percorso in lenta e continua trasformazione. Un percorso, a differenza di quello immaginato da una filosofia della libertà, che non porta ad alcuna meta ideale se non alla scoperta della vita medesima. Detto altrimenti, il limite è quell’attività spirituale – fatta cioè di sensazioni, sentimenti e immaginazione – che mira a riconoscere nel vincolo tra noi e le cose una relazione autentica di senso;. Consapevoli che proprio dentro il limite si possono scoprire piaceri sconosciuti a una libertà assoluta, tracotante, cieca di orgoglio.

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