Potevo avere circa sei anni. La ricordo come se ce l’avessi ancora davanti agli occhi quella pagina colorata della vecchia enciclopedia I Quindici; anzi, era uno dei due volumi più piccoli che elencavano in ordine alfabetico la conoscenza per ragazzi allora disponibile – chi ha passato da un pezzo la giovinezza forse se li ricorda. Da quella pagina emergeva una grande rappresentazione, simbolica e po’ fantastica, dell’atomo di uranio: simbolo U, posizione numero 92 nella tavola periodica degli elementi, ultimo nella serie degli Attìnidi rintracciabili spontaneamente in natura.

Quella raffigurazione, ancora oggi, evoca nel mio immaginario più di una valenza. La prima, la più immediata, è il richiamo al percorso di studi che di lì a qualche anno avrei affrontato e che, in fondo, non mi ha mai del tutto abbandonato. «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma»: la prima e più fondamentale legge della chimica è rimasta una linea guida indelebile nel mio modo di pensare. Dal momento che non solo ogni cosa muta, cambia di aspetto e di significato sotto l’implacabile susseguirsi degli avvenimenti; ma in questo continuo divenire le cose non si creano né si distruggono e, in qualche modo, restano come tracce, come memoria della nostra esperienza; restano, in altre parole, un segno immortale della continua evoluzione che se, da un lato, ci leviga e ci consuma, dall’altro, ci definisce, per così dire, in negativo, attraverso ciò che solo apparentemente non c’è più.

La seconda suggestione riguarda la natura stessa degli elementi. Durante una lezione all’università, il professore di fisica, con una brillante illuminazione, aveva tradotto l’atomo di uranio, e non solo, come un grande spazio vuoto: se paragoniamo l’atomo al volume occupato dallo stadio di San Siro – diceva lui – possiamo immaginarci il nucleo come un pallone posto al centrocampo e gli elettroni come piccoli moscerini che occupano questa immensa e nuda vastità. Quasi a dire che, davvero, «siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni»; e che per quanto possiamo considerare l’importanza, la gravità dell’istante presente, tutta l’esistenza appare in realtà come una successione leggera e danzante di frammenti i quali, da soli, non sono altro che inconsistenti spazi vuoti.

La terza e ultima suggestione che voglio richiamare riguarda, infine, la caratteristica periodica della tavola degli elementi: la ripetizione, di riga in riga, delle variabili chimico-fisiche associate a ciascuno degli atomi. In un certo qual modo, non solo la materia, ma al medesimo tempo anche la vita ha come matrice un eterno ritornare su sé stessa; una somiglianza tra gli eventi che, nella loro apparente e caotica molteplicità, replica e fa riaffiorare sentimenti e atteggiamenti familiari anche a distanza di anni.

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Dmitrij Ivanovič Mendeleev, Tavola periodica degli elementi, 1869

Riepilogando: 1) tutto ciò che accade è una trasformazione che incorpora il passato e che, in una certa misura, anticipa il futuro; 2) nulla ha consistenza, neppure la nostra identità, se non considerata nel continuo svilupparsi degli eventi; 3) il nostro percorso esistenziale è il ripetersi di uno scarno numero di costanti che richiamano, sotto forma di tracce, le nostre peculiari caratteristiche. Allora, la crescita – come persone, ma anche come gruppi e organizzazioni – non è altro che la ricostruzione consapevole della nostra origine: la genealogia degli eventi che dal nostro primo istante di vita si sono progressivamente stratificati fino a costituire ciò che ora rappresentiamo. Ritornare all’origine, in questo senso, non vuol dire attingere a una verità immutabile e assoluta, quanto piuttosto comprendere il viaggio lungo le nostre esperienze, con il suo groviglio di condizionamenti, educazione, limiti, pregiudizi, abitudini, contesti, talenti – e giù giù, se possibile, fino ad arrivare al DNA, alle molecole e al vuoto vasto e impenetrabile degli atomi della materia. La piena comprensione di sé non è che una distillazione che ha lo scopo di rivelare la cruda realtà di cui siamo fatti, e, al contempo di stabilire finalmente con essa il senso e il significato che più crediamo rispondente alla nostra realizzazione. Poiché questa – io credo – è la saggezza: invece che liberarsi dai problemi e dai pregiudizi, è attribuire loro un significato diverso da quello che l’esperienza ci ha consegnato nel suo formarsi; un senso e un significato coerenti a ciò che oggi possiamo immaginarci di diventare.

Stefano Francoli

Autore Stefano Francoli

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