«Chi non sa fare, insegna». Ricordo ancora molto bene la sensazione che ho provato leggendo questa frase: una vampata di calore ha reso evidente l’irritazione, il disappunto, l’imbarazzo che il mio corpo stava manifestando senza freno; e che, evidentemente, aveva toccato la corda dell’orgoglio ma anche quella più profonda e inquietante della domanda: «che senso ha per me insegnare?». Non era infatti da molto tempo che avevo intrapreso questa professione. Così, quella frase a bruciapelo, aveva scosso fin dalle fondamenta le ancora fragili convinzioni che andavo costruendo.

Il mio percorso lavorativo è stato, non di rado, terreno per affermazioni di principio e dichiarazioni di intenti. «Credo» è la parola con la quale ho aperto innumerevoli volte il mio autoritratto professionale, in cerca di una strada che potesse soddisfare le mie aspirazioni. Dei tanti «credo» professati, però. ben pochi hanno realizzato il loro potenziale. E anche se continuo a ritenere che ognuno di noi modelli la concretezza del suo quotidiano a partire dai propri pensieri, nondimeno ho cercato una strada per rovesciare la sterilità di un paradigma in cui pensare e agire erano due mondi separati, estranei l’uno all’altro quanto bastava per produrre un senso costante di inadeguatezza e, a conti fatti, di infelicità.

È stato l’incontro con alcune pratiche comunicative e di ricerca a rovesciare radicalmente la mia prospettiva. Questi strumenti chiedono irrimediabilmente di partire dalla propria esperienza. Tanto che mi hanno costretto a rielaborare la mia concezione del mondo a partire dall’evidenza delle cose, dando così corpo a quella splendida definizione di verità che ho già avuto modo di citare e che ha fatto dire al filosofo Carlo Sini: «la verità è l’incontro con la propria evoluzione».

«Chi non sa fare, insegna»: in parte è vero. Ma non lo è più nella misura in cui insegnare diventa una pratica di incontro con il terreno del proprio vissuto; cioè con tutto ciò che esiste al di fuori del mio pensare; o, ancora meglio, che si scontra con esso; che il mio pensare non riconosce. In questo senso insegnare è, per definizione, l’incontro indagatore con il mondo altrui e con tutto ciò che è irriducibile al mio punto di vista. Un incontro spesso impossibile da realizzare se l’unico panorama è l’espansione illimitata dell’ego promossa dalla nostra società.

Lo dico spesso ai miei studenti: insegno non perché io sia esperto di qualcosa, ma perché questa è l’unica strada che mi permette di aiutare me stesso a comprendere, agire, cambiare. Il nostro tempo ricorre costantemente agli esperti: ma, sul filo di questo ragionamento, diventa evidente che esperto è chiunque sappia (letteralmente) mantenere aperto un confronto con la propria esperienza. Se insegnare è, etimologicamente, «lasciare un segno», questo segno è un solco, un’incursione dentro la vita degli altri, con cui mappare la distanza tra il significato di sé atteso – ricevuto in eredità dai credo, dall’educazione o dalla cultura – e quello inscritto sul campo impervio e mai facile dell’alterità. Un diverso da me che, a tutta prima, non mi aspetto.

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