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Negli anni della prima adolescenza amavo infilarmi nel laboratorio di liquoristica di mio padre per passare in rassegna aromi e oli essenziali. Disposti ordinatamente sugli scaffali, leggevo le etichette dei flaconi e provavo a memorizzarne le caratteristiche olfattive per acquisire poi la capacità di comporle, di combinarle, di renderle armoniche le une alle altre attraverso rapporti che andavo cercando nei miei esperimenti. La mia essenza preferita era il profumo agrumato di un distillato di scorze d’arancia che nei liquori è spesso presente in maniera sottile ed elegante, quasi che il suo tocco enfatizzi, senza mostrarsi, le caratteristiche di questo o quel prodotto.

Con il tempo le cose non sono cambiate molto. Quella stessa passione ha preso casa nell’amore per le parole. E persino l’essermi avventurato nello studio della chimica non è un fatto isolato. Ancora prima di essere fatta – come del resto io stesso la immaginavo – di laboratori, miscele e composizioni, questa disciplina è, in primo luogo, lo studio dei rapporti tra gli elementi costitutivi della materia; nella chimica, in altre parole, non sono importanti gli atomi o le molecole in quanto tali, ma le relazioni che essi stabiliscono: il loro perdurare e disperdersi nel tempo. Un po’ come accede nelle relazioni umane.

Il mestiere di scrivere e quello di facilitare sono, da questo punto di vista, la perfetta corrispondenza tra i flaconi di aromi, che lasciavano nell’aria un caratteristico profumo, e le parole su cui si può battere per sentirne l’eco e le molteplici risonanze con altre parole simili o contrapposte. È addirittura possibile scendere fino al livello atomico del linguaggio e tendere i sensi – l’orecchio, ma non solo – alle suggestioni che le singole lettere trasmettono quando sono accostate tra loro. Come Rimbaud in una celebre poesia:

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno le vostre nascite latenti.
A, nero corsetto di mosche lucenti
che ronzano intorno a fetori crudi e amari.

Arthur Rimbaud, Vocali, 1871, vv. 1-4
(la traduzione è una mia interpretazione)

La poesia fornisce un particolare contributo nello sviluppo di questa sensibilità – scendere nel tessuto del linguaggio e delle parole. Così, almeno, è stato per me. E tuttavia, chiunque può riuscire in questo intento per il solo fatto che quel tessuto, quella trama di relazioni, ci costituisce fin nelle fondamenta della nostra anima. Siamo parole, siamo linguaggio. Siamo un denso aggrovigliarsi di suoni ed espressioni, tutti intrecciati tra loro e poggiati sopra un solido nulla: «Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni», fa dire Shakespeare a uno dei suoi personaggi.

In effetti, il filosofo Paolo Virno, nel suo Saggio sulla negazione (che ho già avuto modo di citare in passato), mostra che l’unità a fondamento di tutti i nostri discorsi è la più semplice e insignificante particella linguistica che conosciamo: il non. Se diciamo «casa» sappiamo di cosa stiamo parlando, perché «casa» non è «piazza», «albero», «chiesa», eccetera. Non sono dunque le parole, ma la relazione tra le parole a fornire al nostro pensiero la sua strutturale possibilità di esistere. E, in fondo, anche la nostra possibilità di esistere: poiché pensiero linguaggio e consapevolezza sono ancorati l’uno all’altro da un patto, per così dire, di fedeltà.

Ecco allora l’esercizio. Picchiettare sul dorso delle frasi, delle parole e, se vi si riesce, delle lettere, per auscultare le oscillazioni acustiche e simboliche che esse producono. Vi verrà chiaro che non troverete mai la parola in sé, ma solo i suoi infiniti accostamenti che le fanno assumere l’uno o l’altro significato; che la fanno parlare con questa o con quella voce. Allo stesso tempo, credo vi sarà possibile notare quali sono le sonorità, e i sensi a esse sottesi, più famigliari, ai quali siete più affezionati. Tutti noi collezioniamo alcune particolari parole chiave che, come dice un linguista, ci aprono o ci chiudono il cuore.

È in questo vibrante e variegato intrico di significati che possiamo percepire il sentore della verità. Una verità in senso assoluto, sì, perché scende nelle radici della nostra esistenza; ma altrettanto caratteristica per ognuno di noi: inimitabile, non sovrapponibile con altre esistenze.

La quintessenza, il distillato delle parole, non è alcunché di materiale né di tangibile, dal momento che essa è soltanto la descrizione dei rapporti tra noi e le nostre scelte, tra noi e la nostra storia. Definiamo questi due rapporti come valori e identità. Ci appaiono così solidi, e invece sono eterei quanto il profumo nel laboratorio di mio padre che avvertivo e al quale, nel suo insieme, non ho mai saputo dare un nome.

Sylva_Philosophorum_04_Quinta_Essentia
Cornelius Petraeus, Sylva Philosophorum, sec. XVII
Stefano Francoli

Stefano Francoli

Lavoro sull’identità e sulle parole per comunicarla come percorso di crescita personale.

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