Durante gli anni di liceo ho amato molto Edgar Allan Poe e ho consumato i suoi racconti. Mi colpiva il gusto del grottesco e, soprattutto, l’abilità di analisi dell’autore, il quale costruiva l’effetto delle sue opere utilizzando soltanto le parole necessarie a quello scopo: né una di più né una di meno. Questa lezione mi è rimasta come regola di scrittura e, in fondo, come regola di vita.

Infatti, ancora più del metodo, di Poe mi affascinava il pensiero sotteso alla sua narrazione. L’idea che la nostra esistenza si muova – pur con un viaggio caotico, tortuoso, imprevedibile – verso una destinazione prestabilita; quasi che la linea diretta di un percorso invisibile si disperda, nella contingenza, dentro i mille rivoli della quotidianità.

I delitti della Rue Morgue introducono questo concetto con una citazione tratta dalle considerazioni del poeta Novalis.

Ci sono serie ideali di eventi che corrono parallele a quelle reali. Raramente le due coincidono. Gli uomini e le circostanze generalmente modificano il corso ideale degli eventi, cosicché esso appare imperfetto, e le sue conseguenze altrettanto imperfette.

Novalis, poeta e filosofo

Certo, gli anni mi hanno fatto maturare la convinzione che non esista una legge superiore pronta a determinare un’assoluta verità. E che tuttavia, un destino ce l’abbiamo già scritto. Nel nostro DNA e nelle molte forme di esperienza da cui siamo plasmati: famiglia, educazione, contesto sociale, disponibilità economica, e così via.

Allora, i percorsi ideali che immaginavano Poe e Novalis, non sono altro che le trame impalpabili alla guida dei nostri racconti. Sospesi i rumori di fondo della vita reale, possiamo veder emergere da essa un percorso invisibile, quasi ideale. Quasi, appunto. Perché, da una parte, il reale continua ad avere la sua confusione e i suoi tempi morti; e dall’altra, questi ultimi sono momenti sottratti alla consapevolezza, alla possibilità, cioè, di ricongiungerci compiutamente con quanto andiamo scrivendo.

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