Se c’è una cosa che, nel corso degli anni, mi ha salvato dall’erosione delle ambizioni, questa è stata la riconsiderazione dei miei percorsi di vita e di lavoro come cammini di trasformazione, come mete in divenire del mio rapporto con il mondo. Ma se ripenso ai miei viaggi, reali o metaforici che siano, la prima cosa che mi viene in mente è una costante dicotomia: tra il lento girovagare senza meta, per uscire dagli obblighi organizzati della quotidianità e per tentare di gustarsi le sensazioni del momento; e lo spaesamento, la sensazione di girare a vuoto perché privo di un tragitto e di un programma che garantiscano l’efficacia di un tempo ben trascorso e ben indirizzato.

Viaggio e risultati. Ogni percorso può essere considerato come una contraddizione, una dialettica sempre aperta, tra questi due poli opposti. Da una parte l’abbandono a un tempo libero e decostruito dalla nozione dell’«impegno»; un tempo, per così dire, ozioso e creativo. Dall’altra l’esigenza, tutta umana, di orientarsi e di fissare un itinerario con direzioni e tappe lungo le quali procedere; schematizzazione di un percorso che altrimenti risulterebbe un’angosciosa esperienza esistenziale.

In fisica quantistica, si ricorre al concetto di complementarietà per descrivere la natura duale della materia, che appare sotto forma di onda o di particella a seconda degli strumenti con cui l’osservatore sceglie di indagarla. Questo per dire che la contrapposizione viaggio-risultati sembra essere, non solo un dilemma archetipico della condizione umana, ma una caratteristica connaturata a qualsiasi rapporto tra mondo e coscienza. Se guardo il dettaglio dimentico l’insieme; se guardo l’insieme vanifico il dettaglio e le informazioni che esso mi mostra (o mi cela).

Che peso dare, dunque, ai risultati e al viaggio che li accompagna? La risposta, probabilmente, consiste nell’accettare questo paradosso e, così facendo, superarlo. Viaggio e risultati sono aspetti correlati e interdipendenti che solo presi unitamente mostrano la loro verità; in particolare, una verità articolata in tre domande:

  1. quali trasformazioni si sono determinate lungo il percorso e come mi sento riguardo a esse?
  2. quali nuovi percorsi posso aprire di fronte ai risultati mancati?
  3. il percorso è coerente con la mia esplorazione, o chiede altri obiettivi e altri risultati, cioè altre destinazioni?

Per un verso: solo a destinazione raggiunta, si manifesta l’insegnamento – anzi, esso si costituisce; per altro verso: solo nel suo farsi, il percorso prende corpo e si traduce in esperienza da vagliare, misurare, considerare. Viaggio e risultati, corpo e anima, esperienza e consapevolezza. Il percorso non è altro che questo: il mezzo entro il quale definire la propria umanità; quella condizione che, dalla notte dei tempi, sta tra il cielo e la terra, tra la parola e l’azione, tra il dentro dell’anima e il fuori del mondo che, solo nella loro reciproca relazione, esistono e ci confermano di essere qui.

Stefano Francoli

Autore Stefano Francoli

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