How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?


Bob Dylan, Like a Rolling Stone, 1965

Quando ho insegnato ai ragazzi delle scuole superiori ho avuto difficoltà ad applicare il sistema dei voti. Da una parte, certamente, c’era la mia irrequietezza nel rivivere la severità di una tradizione scolastica (o forse, ancora di più, famigliare) che mi chiedeva di uniformarmi a uno stile e a un pensiero del quale avevo intuito, già in gioventù, di non condividere i presupposti. Dall’altra parte, c’era il tentativo voluto, perseguito e, sinceramente, fallito di affrontare il rapporto con i ragazzi in un modo che non fosse quantitativo, ma prediligesse la relazione e la riflessione collettiva. A giudicare da un incontro successivo con alcuni di loro, avvenuto una sera in maniera del tutto casuale di fronte a una bar di paese, ho capito che forse qualche segno di quel tentativo era rimasto. O così mi è piaciuto sperare.

In un interessante articolo Stefano Bartezzaghi si occupa proprio di questo interrogativo: che cosa significa, oggi – in questa attualità – sanzionare un percorso con una valutazione? Devo dire che, in un primo momento, mi sono sentito disorientato da questa lettura. Per me, che non volevo né accettare né imporre ad altri valutazioni di alcun tipo se non la propria, quelle parole mettevano in questione le mie più radicate convinzioni. Una verità, infatti, in esse c’era: ogni volta che avvertiamo di essere cresciuti in qualcosa, questo avviene per effetto di una sanzione; un passaggio di cui qualcuno (spesso esterno) aiuta a prendere coscienza e senza il quale non potremmo marcare la fine di un ciclo.

Ora, io credo che il punto centrale stia nel modo in cui viviamo i nostri percorsi di vita. Provo a fare qualche esempio: la religione promette una salvezza; l’istruzione garantisce un titolo di studio; il matrimonio istituisce a una stabilità personale; il lavoro garantisce un compenso economico; i viaggi, soprattutto quando sono costosi e devono celebrare un evento significativo, chiedono una destinazione indimenticabile. Ho banalizzato una serie di codici culturali che andrebbero esaminati con attenzione. Ma solo per raccoglierli in parentesi secondo il loro fattor comune: l’idea, ben stabilita nella nostra cultura, che abbiamo necessariamente una destinazione, se non addirittura una destino; un punto di arrivo che qualcuno o qualche entità (Dio, la Natura, o chicchessia) ha fissato preventivamente per noi. Siamo imbevuti di questa teleologia; di un finalismo che la dimensione sempre più tecnica e scientifica dei nostri vissuti non fa che alimentare. Altro che dubbio metodico professato da Cartesio, iniziatore della scienza moderna!

Provo allora a rovesciare la prospettiva, immaginando un’esistenza che il filosofo Henri Bergson (qui ritratto da Diego Fusaro) ha descritto come evoluzione creatrice. Un percorso, cioè, che non è definito a priori, ma che trova in corso d’opera il suo sviluppo; e che assume, di volta in volta, significati sempre più ricchi e complessi a mano amano che le esperienze si intersecano e si stratificano. Non un dover-essere rispetto a una destinazione finale verso la quale bisogna conformarsi; ma, al contrario, un voler-essere, un lasciare che la vita fluisca in un continuo esperimento che non presuppone mai risultati certi e dunque misurabili; cioè, portatori in sé stessi di quel senso di inadeguatezza che – non so se capita anche a voi – affligge le giornate o i periodi di cosiddetto insuccesso.

Bob Dylan racconta questa svolta come una pietra rotolante. Un’immagine che ne mostra, allo stesso tempo, la libertà e l’angoscia. Si tratta di una scelta, certo, che non rassicura, ma che permette a sé stessi di osservarsi come «evoluzione creatrice» – creatrice, e non casuale – dei rapporti tra sé e il mondo; qualunque cosa questo mondo sia. Un’osservazione attiva di sé che presuppone, peraltro, la sanzione di cui parlavo all’inizio: anche se sarò io a conclamare di me stesso l’avvenuto cambiamento. Se poi – personalmente – vincessi la propensione a starmene sulle mie, per buttarmi finalmente nel gioco auto-valutativo che le relazioni offrono, probabilmente ammetterei una delle tesi che Bartezzaghi propone nel suo articolo: che valutare è umano; e che «valutazione» significa sempre anche «relazione». Vale a dire: lasciare che il mondo penetri in me per farmi compiere un altro giro di ruota; per farmi diventare davvero una pietra rotolante e gioiosa in un’esistenza altrimenti dettata da altri. Ma nella quale, comunque, altri mi aiutano a sanzionare i riti di passaggio senza il timore di essere giudicato.

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