È una lettura che mi ha segnato profondamente. Per Ilya Prigogine — fisico e Premio Nobel per la chimica — le leggi della scienza valgono solo per sistemi vicini all’equilibrio, cioè sistemi che in natura non esistono. Al contrario, la Natura è un sistema vivo e creativo, che si trova di fronte a continue possibilità di scelta.

Prigogine definisce questo nuovo approccio alla fisica La fine delle certezze, un termine attuale di questi tempi. Non solo perché registra l’incertezza in cui ci troviamo, ma perché l’idea racconta una continua trasformazione nella quale la traccia di ciò che è venuto prima si conserva, sotto forma di evoluzione creatrice, in quello che verrà dopo.

Memoria e visione – tradizione e innovazione, per dirla con un’espressione forse più vicina ai nostri vissuti. Vista come un processo in perenne creazione qualsiasi persona od organizzazione non è più una maschera o un’immagine mentale di qualcosa che non esiste. Ma diventa un evento vivo e imprendibile, una concrezione di elementi che acquisiscono senso quando entrano in relazione tra loro.

Non conta ciò che è ma ciò che accade. La fine delle certezze è la fine delle immagini statiche che pretendono di dare un senso inappellabile alla realtà. «Reale», piuttosto, è solo la successione di avvenimenti con i quali riesco a mettermi in rapporto. Fuori da questo processo tutto diventa evanescente, vuoto. Persino le persone – un po’ come nella fluidità dei social network – rischiano di dismettere la loro esistenza: o perché, preda delle costruzioni culturali che le travolgono e le immobilizzano nei loro ruoli (LinkedIn, in tal senso, è un ampio repertorio di CEO, specialist, manager,… – e io non faccio eccezione); o perché, nel torrente in piena delle informazioni che si muovono e sbattono tra loro, molti finiscono per disseminare qua e là i loro ricordi e per perdere, alla fine, il ricordo di se stessi.

Ciò che Prigogine descrive è, insieme, stimolante e inquietante; come la rivoluzione della fisica che ha elaborato e che, solo rinunciando alle certezze, getta il seme per ricompone l’umano e il naturale. La nozione di processo ne espone il lato tragico. Come racconta Carlo Sini, riferendosi al dionisiaco nel libro Il metodo e la via, l’essere umano è sospeso tra il divino e il bestiale: ma potremmo anche dire, tra la possibilità di cogliersi mentre esiste o di chiudersi nelle preoccupazioni, nei riflessi condizionati e nel recinto delle etichette sociali. L’essere umano è, dunque, un processo sempre in bilico, pronto a ritrovarsi o a perdersi nell’arco di un solo istante. Nel momento esatto in cui, tra un passo e l’altro, ogni certezza lascia il posto a una caotica, forse gioiosa, confusione.

Stefano Francoli

Autore Stefano Francoli

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