Mentre mi avvicinavo ai miei primi quarant’anni, ho avuto la sensazione che la maturità – quel periodo della mia vita che stava iniziando a socchiudere la porta per accogliermi – non sarebbe stata affatto l’età delle certezze; piuttosto il momento in cui molte certezze si sarebbero infrante, e al posto di granitiche lapidarie affermazioni, avrei dovuto accontentarmi di poche supposizioni con le quali costruire la mia visione del mondo.

In parte le cose sono andate così. Il dubbio metodico, di cartesiana memoria, accompagna le mie giornate in cerca di una verità che si fa sempre più leggera, impalpabile; penetrante e, al tempo stesso, trasparente come l’aria che respiriamo. Ed è con una certa soddisfazione che la maturità si sta rivelando come un esercizio sempre più frequente di sospensione del giudizio; e, per contro, di una disamina che si fa progressivamente più accurata rispetto a quell’armamentario di preconcetti e pregiudizi che fino a oggi mi hanno guidato, in qualche modo ingannato, perché da essi mi sono pensato immune. In un’estrema sintesi, si potrebbe dire che l’ideale di saggezza da cui oggi mi faccio guidare è fatto – almeno dal punto di vista spirituale – non di abbondanza ma di povertà: saggio è colui che si accontenta di pensare con la minima economia possibile di concetti, attribuendo a questi ultimi il carattere della transitorietà. In altre parole, la verità del saggio non è nel discorso, ma nella capacità di restare in silenzio; di accettare il silenzio come risposta alle proprie domande.

Mi viene, a questo punto, particolarmente comodo riprendere la struttura del pensiero stoico, che Pierre Hadot ricostruisce nel suo studio su Esercizi spirituali e filosofia antica (Einaudi, 2005). La corrente greco-romana dello stoicismo – oggi, peraltro, molto apprezzata per gli strumenti che offre nel farsi attivamente carico delle vicende e della complessità della vita – si fonda, secondo l’analisi di Hadot, su tre discipline: fisica, logica ed etica. La prima riguarda il governo delle passioni e dei desideri; ma, parafando in una chiave che assumo dalla Comunicazione Nonviolenta, potrei anche dire che la fisica è l’esercizio di osservare le esperienze nelle loro nudità, spogliate di qualsiasi giudizio io posso aver loro attribuito. In questo senso, è esemplare la riflessione dell’imperatore filosofo Marco Aurelio: che cos’è il coito, se non «lo sfregamento d’un budello e l’emissione di un po’ di muco accompagnato da uno spasimo» (Marco Aurelio, Ricordi, VI, 13)? Per quanto riguarda il secondo elemento, la logica, Hadot la interpreta come la funzione razionale dell’uomo che consente a quest’ultimo di agire rettamente verso le altre persone e, in generale, verso la comunità. Con uno slittamento minimo, aggiungerei che la logica è quella attività umana con cui riconosco i preconcetti e i pregiudizi che accompagnano le mie decisioni; la consapevolezza che ciò che dico è sempre e solo un’interpretazione, una rappresentazione, una visione parziale e incompleta di un’esperienza assai più complessa e spesso inesprimibile. Infine, l’etica, che Hadot traduce con il «buon uso delle rappresentazioni», e che io mi sento di ricondurre alla pratica di comprendere e di esprimere con cura le proprie esigenze, negoziando – come mi sforzo di fare, non senza difficoltà, nell’educazione dei figli – scelte che rispettino le prospettive di tutte parti in causa.

Non sono un critico d’arte e non saprei dire se l’Arcimboldo, nelle sue opere, avesse immaginato anche soltanto un minimo riferimento a ciò che qui ci siamo detti. Ma, immergendomi volutamente in una prospettiva del tutto personale, i volti dell’Arcimboldo mi ricordano che, trasfigurata nei frutti e nelle verdure soggetti a un così rapido deperimento, c’è l’espressioni della nostra imperfezione e impermanenza. Ma anche che, in questa natura labile, quasi illusoria, noi possiamo imparare a distinguere l’inganno funzionale – direi necessario – delle rappresentazioni dalla verità dell’esperienza vissuta; e, su questo fondamento, ricomporre una visione del mondo armonica, inaspettata, colma della bellezza che la vita, come l’arte, sa (o crediamo sappia) riporre in ogni angolo di se stessa.

A onor del vero e per quanto mi riguarda, tutto questo non è affatto una meta raggiunta, ma la traccia di un percorso che vado di giorno in giorno ricercando tra mille contraddizioni. Anzi, tra le mille nascoste prospettive di cui ancora voglio smascherare l’inconsistenza e l’indubbia utilità.

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Giuseppe Arcimboldo, Testa reversibile con cesto di frutta, 1590

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