Alle soglie tra l’infanzia e la prima giovinezza ero affascinato dal rito della messa e, in particolare, da alcuni passaggi, come la recitazione dell’Agnus Dei che ancora si svolgeva in latino. In seguito la religione sarebbe scomparsa dal mio orizzonte di senso e avrebbe lasciato spazio a una razionalità sempre più pervasiva e totalizzante, che mi ha illuso di imporre un controllo sopra ciò che di me era sfuggente, complesso, caotico, inintellegibile.

Per mia fortuna, ho continuato a coltivare qualche forma, seppure blanda, di spiritualità; la pratica dello yoga è stata un’ancora da questo punto di vista. Ma le vicende, spesso critiche e angosciose, che hanno occupato i miei ultimi dieci anni di vita sono state una nuova soglia, un cammino di risveglio, certo molto lontano dall’essersi compiutamente realizzato; una rinuncia, sentita e voluta, a quella autorità razionale che aveva disatteso le mie aspettative di benessere e di vita felice.

È con questa inclinazione che di recente ho riconsiderato il valore storico della religione, pur nella sua ambiguità. Il vocabolario, infatti, ci informa che «religione» proviene dal latino religio, «affine a religare “legare”, con riferimento al valore vincolante degli obblighi e dei divieti sacrali»; e che la parola indica, in prima istanza, un «complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità». Dunque re-legare o ri-legare. Due possibilità che la religione consente, poiché: da un lato essa uniforma, omologa, relega appunto, e consegna al giudizio della comunità religiosa la conoscenza e la considerazione di sé; dall’altro, però, riconnette, ricostituisce un legame con quella stessa comunità; un legame di relazione che, vissuto attivamente e consapevolmente, diventa un vincolo desiderato e ricercato; un munus, che è insieme «obbligo» e «dono», al quale fa riferimento la radice latina della parola «comunicazione».

Si potrebbe ancora aggiungere che il legame, di cui il concetto di «religione» si fa portatore, forse non è (o non è soltanto) quello tra individuo e individuo, tra membri prossimi di una comunità, ma tra l’individuo e la sua umanità. Esso cioè affonda nel terreno transpersonale – fatto di archetipi, emozioni, bisogni e sentimenti – in cui ciascuno di noi è radicato e al quale può attingere per nutrirsi e ricomporre un’unità con sé e con gli altri che il nostro tempo sembra aver perduto. David Bohm, un fisico che si è occupato molto di comunicazione, definisce questa attività «partecipazione impersonale».

C’è, però, un ultimo aspetto che può essere ancora messo in luce. Se l’etimo di «religione» è religere – «composto dalla particella re- che accenna a frequenza e lègere scegliere, e fig. cercare o guardare con attenzione, onde viene il senso di aver riguardo, aver cura» – allora il ri-lègere è un atteggiamento di amorevole riconnessione prima di tutto con sé stessi. Ri-leggere vuol dire ripercorrere le proprie esperienze per ricavarne un senso e un significato, una direzione verso la quale procedere. Così che si potrebbe definire religioso uno spirito che costruisce legami di relazione tra gli eventi della propria vita; e che con essa intende non il confine individuale entro il quale, all’apparenza, la vita si svolge, ma un più esteso terreno di coltura (e di cultura) nel quale l’esercizio di ciascuno diventa frutto per l’intera comunità. Credo sia di questo esercizio che molti di noi oggi hanno bisogno.

Stefano Francoli

Autore Stefano Francoli

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