La bellezza dei Vangeli è che si possono leggere con fede religiosa o meno senza che venga a mancare la loro sacralità. Si potrebbe anzi dire che i Vangeli mettono a nudo lo spirituale come una piena e autentica partecipazione alla condizione umana. Essa appare fragile e bisognosa e, al tempo stesso, proiettata da un’immaginazione creativa potentissima verso l’unione con il mondo e con le creature.

Ma per raggiungere questo stato di estasi e insieme di consapevolezza è necessaria la passione: una parola nella quale sono racchiuse sia la dimensione di forte coinvolgimento emotivo sia quella di sofferenza necessaria alla realizzazione dei nostri obiettivi più vitali. La passione evangelica di Cristo incardina la sofferenza in una narrazione solida e convincente così che, con o senza un credo, la resurrezione assume il significato di una profonda presa di coscienza: quella di esseri umani con tutte le contraddizioni che questo comporta.

Ora, mi chiedo se i modelli che innervano i nostri stili di vita siano ancora compatibili con la passione. Poiché nell’etica del consumo ciò che importa non è trasformarsi, quanto piuttosto cumulare una serie di dati performativi che ci rassicurino sull’aderenza del nostro valore agli standard. Quei dati, affidati alle mani di specialisti esperti e possibilmente certificati, danno alla nostra passione una forma chiara e comprensibile; cioè la ritagliano di tutte quelle oscure e ingestibili frequenze che il racconto di Cristo, e che la nostra stessa vita, ci mette di fronte nella loro crudezza e irriducibilità.

Se la passione debba rappresentare la disponibilità a porsi le più scomode fra le domande, lo ritengo una scelta personale. Resta però aperta sullo sfondo una questione: quanto l’aspetto più problematico e inafferrabile del nostro essere sia anche uno dei maggiori contributi alla capacità umana di immaginare, di trasformarsi, di reiventarsi dentro al cambiamento. In definitiva, di risorgere e sopravvivere.

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