Ho vissuto la fase più difficile della mia vita come una notte buia, di un buio pesto e profondo dal quale mi sembrava impossibile un giorno rivedere la luce. La sensazione più straniante di questa esperienza è stata la perdita del mio nome: come se la mia storia si fosse prosciugata a tal punto da non lasciare alcuna traccia di identità. Avrei dovuto conoscere prima quella sentenza di Nietzsche: «se guardi troppo a lungo nell’abisso, prima o poi, l’abisso guarderà dentro di te». Ma forse non sarebbe servita a molto, perché in quell’abisso mi ero buttato, avido e curioso, alla ricerca di un dio – il dio dai molti nomi, come di Dioniso racconta il mito – con il quale ho dovuto, a un certo punto, fare i conti.

Come ho detto, si è trattato di una ricerca; e in quel dio ho trovato più di quanto mi aspettassi, poiché il nome di Dioniso traduce, in forma mitica, non solo ciò che oggi definiremmo «inconscio» ma anche un inconscio esteso, un percorso della specie, un tuffo dentro la radice stessa dell’umano. Se tuttavia pensiamo a che cosa significhi oggi la parola «ricerca», ecco che le suggestioni mitiche scompaiono; a esse si sostituiscono, più facilmente, altre connotazioni che richiamano la ricerca in senso scientifico: vale a dire, un’attività, che per mezzo del discorso costruisce un sapere non contraddittorio. Di norma, attribuiamo a questo tipo di ricerca il significato di un itinerario programmato che ci eleva, ci conduce da un certo livello di conoscenza a uno più elevato (o a uno più profondo, dettagliato, puntuale, se guardiamo il processo dal punto di vista opposto). In ogni caso, intendiamo con questa pratica un progressivo accumularsi di conoscenze e di informazioni che ci conducono a vedere con maggiore chiarezza l’oggetto delle nostre indagini.

Certo, la ricerca è anche questo. Ma tutto ciò presuppone di muoversi in un’unica direzione. Lungo questo itinerario il grado di approfondimento delle conoscenze è determinato dalla quantità, dall’esattezza e dalla precisione delle informazioni. Un po’ come quando ci istruiamo a partire dalle scuole elementari e percorriamo un tragitto che ci consente di dominare un sapere all’inizio «primario», poi «inferiore», poi «superiore», successivamente accademico e, infine, specialistico e magistrale, convalidato da titoli di dottorato e di master.

Se però, all’inizio di questa riflessione, ho citato Dioniso è stato per rilevare il contrasto tra il significato attuale e uno antichissimo di conoscenza. Nella sapienza arcaica, infatti, Dioniso rappresentava l’unità della natura e, al tempo stesso, la sua frammentazione. Dioniso è un dio che tiene insieme gli opposti, che si manifesta sotto molte sembianze spesso inconciliabili tra loro – se valutiamo «inconciliabile» con un criterio di carattere logico. Dioniso è dolce e terribile insieme; può bere il latte che, grazie al suo potere, sgorga dalla terra e, contemporaneamente, sbranare un animale a mani nude. Ancora più paradossale è il fatto che sia l’unico dio a morire, ancora bambino, divorato dai suoi fratelli Titani; per poi rinascere protetto dalla coscia del padre Zeus che ne aveva ricomposto i pezzi. In tutti questi sensi, Dioniso è un sapere che può essere conosciuto solo attraverso una rivelazione: istantanea, fulminea, riservata a chi è iniziato ai suoi misteri.

Torniamo ora alla ricerca. Come ci tramanda la letteratura dei romanzi di formazione, possiamo intendere il ri-cercare come un cercare due volte; un perdersi e un ritrovarsi; un’andata immersa nelle esperienze e un ritorno cui affidare la comprensione di ciò che è accaduto e di come ci ha trasformati. In questa accezione, quindi, prevale non tanto la tensione verso un obiettivo finale, chiaro e definito, quanto piuttosto il viaggio stesso per raggiungerlo. Al pari di quanto ho scritto per il desiderio, la destinazione è un elemento di traino, in qualche misura di guida, ma non il senso del percorso che emerge dal percorso stesso.

Ci troviamo allora a fronteggiare due anime diverse della ricerca; due interpretazioni che, ciascuna per la propria parte, convivono e confliggono nella nostra cultura; come il lato chiaro e oscuro della luna. La ricerca può essere, dunque, descritta come un sottile e paradossale equilibrio tra elementi in tensione tra loro: la chiarezza di un obiettivo e la capacità di lasciarsi andare agli eventi; la frammentazione dei dettagli, indispensabili a cogliere i singoli aspetti del percorso, e l’unità di una narrazione che dà senso all’intera vicenda; la libertà e il peso delle scelte individuali e la confusione con altre storie, altre scelte, che incontriamo sui nostri cammini e dalle quali siamo influenzati, condizionati, modificati.

Andando alla radice, la ricerca significa rivivere una spaccatura che abita dentro in noi e che propone due prospettive contrapposte. La prima immagina di dominare l’imprevedibilità dell’esperienza opponendo a quest’ultima un controllo misurabile secondo quantità. La seconda si abbandona a una peregrinazione forse più rischiosa, ma disponibile a rovesciare il senso degli eventi e a cogliere in esso possibilità inespresse o credute fino a quel momento inverosimili. Scoperta e, insieme, rivelazione; progressiva chiarificazione e, contemporaneamente, resurrezione dagli inferi. Per quanto riguarda la mia storia è andata proprio così, ma credo valga per tutti: dopo un lungo viaggio di andata, sono tornato a casa rincuorato e grato che qualcosa di terribile fosse successo; qualcosa che aveva, sì, cancellato il mio nome, ma restituito, per contro, la possibilità di edificare la mia vita con parole nuove, con una logica nuova, con una chiarezza che valorizza il lato oscuro e indecifrabile di un’esperienza ancora oggi non del tutto comprensibile.

Stefano Francoli

Autore Stefano Francoli

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